Aiutiamo i nostri figli a mantenere vivi i loro sogni. Alla loro età, li avevamo anche noi.

Essere giovani significa avere in mano il futuro.

Come dice una mia cara amica filomate, Katia Bovani, gli anni giovanili si misurano in primavere, mentre quelli della vecchiaia in inverni. È una verità, bella e naturale. Le cose, nel nostro sistema solare, procedono in questo modo. E poiché la natura fa le cose con maggiore saggezza degli uomini, se accade questo vi è senz’altro una ragione, molto più profonda delle nostre considerazioni.

Ecco cosa penso al riguardo.

La nostra mente, a qualsiasi età, agisce pensando al futuro sotto forma di progetti. Ognuno di noi ama proiettarsi andando incontro al tempo che verrà, perché siamo desiderosi di cambiamenti. E crediamo che, con l’andare del tempo, si possano migliorare molte delle nostre attuali situazioni. Una credenza che ci dà forza, determinazione, coraggio e che potenzia le nostre risorse, anche quando siamo in periodi di stanchezza. La mente non può pensarsi immobile. L’immobilità equivale alla morte, e tutti noi la temiamo proprio per questo motivo. Siamo dinamici e continueremo a percepirci in questo modo per tutta la vita.

Cosa cambia, però, rispetto alla giovinezza, quando siamo più adulti? Cambia il livello di illusione, con un aumento inevitabile di disillusione, frutto delle esperienze di vita, dei proprio errori ed insuccessi. Quando il livello di disillusione è troppo alto, si rischia di comunicare ai giovani, anche inconsapevolmente, una sorta di rassegnazione. E vengono a mancare i sogni. Ma, senza sogni, non vi è futuro, a qualsiasi età.

sogniEcco perché il mio consiglio, in generale, è quello di mantenere vivi i sogni dei nostri figli, che ne hanno già pochi, visto il mondo che lasceremo loro in eredità. La responsabilità è nostra, perché è sempre di coloro che precedono rispetto a coloro che seguono.

Dall’indagine Censis 2017, emerge un’ Italia sempre più originale, con una radiografia in cui i giovani aspirano al posto fisso e la popolazione risulta astiosa. Ma il rancore, ossia l’astio, ricordiamoci che siamo noi adulti a provarlo, perché il giovane possiede quella speranza che gli permetterà di migliorare anche l’assenza di mobilità sociale. Non togliamogli anche questa speranza, visto che si trova spesso in famiglie disastrate, scuole fasulle e coinvolto in amicizie deleterie. Aiutiamo i nostri giovani coltivando in loro quei sogni che anche noi avevamo, e cerchiamo di recuperarli nella nostra memoria. Saranno stati diversi, certamente, ma c’erano e forse li abbiamo troppo velocemente dimenticati.


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Alessandro Bertirotti

Docente universitario e Visiting Professor di Anthropology of Mind presso la Universidad Externado de Bogotà, Colombia