Fare il Dj è ancora un lavoro NON riconosciuto

Dj, fateci caso: quante volte vi siete trovati a dire alle persone cosa facevate nella vita e automaticamente, nell’imbarazzo di dover rispondere alla seconda inevitabile domanda: “Sì Ok, MA POI COSA FAI“… come se il Dj fosse un passatempo, un hobby, una passione per cui non si debbano nutrire speranze ed ambizioni.
Quasi un gioco che prima o poi debba finire, per fare spazio ad un lavoro serio.
Ora invece chiedo a voi, amici lontani dalla Night Culture… ops, scusate… dal mondo della notte, quante volte vi siete trovati spiazzati davanti alla risposta “faccio il dj”… tanto da sentirvi in diritto di chiedere incalzanti, “e poi? solo questo? e di giorno? ma ci guadagni? E POI COSA FAI?”…
Tutte queste frasi noi Dj le abbiamo “subite” diverse volte, proprio perché la vita come la gente, è variegata e con essa, anche lo storico della propria esistenza, connesso inevitabilmente agli esempi della famiglia, talvolta inquadrata a tal punto da considerare i lavori più anti-conformisti quali NON lavori.
Non vi nego che da quando lavoro in radio, sono portato, un po’ per amore del mezzo e un po’ per evitare di sentirmi chiedere le frasi di cui sopra, a rispondere alla domanda “cosa fai nella vita”, la seguente frase “LO SPEAKER RADIOFONICO“, proprio perché nel tempo ho capito che agli occhi di molti, fare il Dj vuol dire continuare a giocare, MA in età avanzata. Insomma, come se avessimo la sindrome di Peter Pan.
Sebbene lo Speaker sia un lavoro riconosciuto, fa comunque fatica a stare in equilibrio come affermazione, se fatta ad un dirigente, un impiegato, un infermiere, un commesso etc. – ovviamente ho preso a caso delle professioni, ma non è mia intenzione fare di tutta l’erba un fascio. Sia mai… lo specifico proprio per evitare la voglia di commentare in modo talebano il mio articolo.
Scusate la digressione, ma non mi sentirei a mio agio, se non facessi almeno un esempio sul sottoscritto. E’ quasi come se la mia vita lavorativa, soprattutto in passato andasse così tanto spiegata, che oggi mi è rimasta quella forma mentis da “spiegologo”.
Rimane il fatto che oggi come oggi, o sei David Guetta oppure ti troverai sempre a dover spiegare al prossimo che fare il Dj è una vera e propria professione, fatta di ingaggi, contrattazioni, responsabilità, concorrenza e quant’altro, con la differenza che viene fatta di notte e con un’altra, ma sostanziale differenza, che la maggior parte delle volte ci si diverte a praticarla.
Anche qui può vorrei sfatare un tabù: basta con questa credenza che chi fa il dj si diverta SEMPRE, lavori poco e non fa un cazzo di giorno.
Vi assicuro che non è così. In primis ci sono locali, dove se non fosse per i soldi, in tanti non saremmo mai andati, poi, si lavora il giusto se rispetti la musica, la tecnica, il pubblico pagante ed eviti di utilizzare marchingegni che mettano a tempo i dischi al posto tuo e infine, di giorno si lavora, proprio per cercare la musica, catalogarla, procacciarsi serate, etc.
Ok, non è come andare a spalare, tutti d’accordo, ma vi assicuro che chi fa il Dj di notte, molte volte di giorno, fa un lavoro “normale”, proprio per permettersi di ambire all’idea di poter vivere un giorno unicamente di ciò che ama.
Poi ragazzi, come in ogni campo, è innegabile che anche questo sia pieno di coglioni, che credono d’essere la reincarnazione di Carl Cox, ma per fortuna il tempo è galantuomo e la maggior parte delle volte, li fa tornare da dove sono arrivati…
Altro esempio ego-riferito: io ho fatto il commesso, ho lavorato al Mc Donald’s, ho fatto volantinaggio, sondaggi odiosissimi sui treni, gestito un’edicola con mia mamma e tanto altro. E ho fatto tutto questo proprio fino a quando a 23 anni non è arrivata la radio, che mi ha permesso di abbandonare la conformità di questi lavori per credere nel mio sogno, spiegandolo a chi mi chiedeva… “OK MA POI COSA FAI“.
Mi ha così segnato questa frase, che negli anni ci sono stati periodi dove non tornavo a casa per giorni interi, lavorando come un  matto tra eventi, radio, tv, uffici creativi etc, proprio per dimostrare  a me stesso, che di arte e comunicazione oggi come oggi si può vivere benissimo. Certo, siamo noi i primi a doverci credere, sennò come possiamo pretendere che possano farlo gli altri.
La frase “E POI COSA FAI“, mi ha così segnato, che quasi me la tatuerei, ma poi mi troverei a dover spiegare a tutti il perché me la sia impressa sulla pelle e da lì non ne uscirei più.
Sarebbe più complicato questo, che dover spiegare alla gente un film come Donnie Darko… O lo capisci e lo ami o non lo capisci e lo denigri… non ci sono mezze misure.
Ho scelto di utilizzare questa frase anche come nome delle mie interviste su M – Social Magazine, proprio per dare la possibilità a chi il Dj lo fa di professione, di spiegarne difficoltà e virtù. In questa rubrica ho intervistato chi ce l’ha fatta, ma chi prima di arrivare, ha dovuto rispondere alla domanda fatidica, forse un milione di volte.
Tra i primi 15 protagonisti coinvolti fino ad oggi, ci sono Speaker nazionali, Produttori internazionali, Direttori di radio etc… Bhè, andate a chiedere a loro “E POI COSA FAI“, ma non vi offendete se magari qualcuno di questi potrebbe rispondervi: “io mi guadagno da vivere divertendomi e facendo quello che amo, tu invece, perché non hai creduto ai tuoi sogni, quando l’età te lo permetteva”?!?.
Oggi io rispondo spesso questo, a chi mi chiede con arroganza (oggi sono pochi per fortuna), cosa faccia oltre alle tante cose che mi sono costruito, ma soprattutto mi fa piacere chiedere IO: “oltre al tuo lavoro, c’è qualcosa che fai e magari da cui guadagni che ti sei costruito da solo”?!
Provate a farlo anche voi Amici Dj, anzi, Amici Artisti… molto meglio che andare in analisi 😉

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Fabio De Vivo

Nato a Napoli il 22 maggio 1982. Dj, speaker radiofonico, conduttore televisivo, autore, web content writer ora anche nella famiglia di M SOCIAL MAGAZINE con la rubrica “E POI COSA FAI?”

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