Facebook raccoglie i verbi che utilizziamo, gli aggettivi e i sostantivi e crea la visione del mondo. Ne siamo consapevoli?

“Come sono belle quelle scarpe! Mamma, me le compri”?
“E perché, Giovanna”?
“Perché a scuola le hanno tutti, e poi mi piacciono tanto”.
“Va bene, vediamo…”.

Un normale discorso tra madre e figlia adolescente, sì… ma solo qualche anno fa. Forse ai tempi in cui io stesso ero adolescente. Una conversazione che dimostrava la forza della pubblicità e quella del gruppo. Eh, sì, carissimi! Le due cose vanno assieme: non vi è pubblicità senza la forza del gruppo, e non vi è forza del gruppo senza pubblicità. Il gruppo, qualunque esso sia, di amici oppure di colleghi, si scambia abitudini, pensieri, modi di vedere il mondo. E farne parte significa aderire alla maggior parte di queste cose. Significa cum partecipare, partecipare assieme a tutti gli altri ad una visione del mondo, che è appunto ciò su cui investe la pubblicità. Qualsiasi tipo di pubblicità, sia essa politica oppure dedicata alle canzoni. Prendete i talent show, e l’apparente giudizio dei giudici: nulla, di fronte ad una standing) ovation del pubblico, gli applausi e le grida. E sarà il pubblico a decretare l’andamento della gara, a pilotare i giudici nella loro decisione.

Ecco, esattamente così funziona Fb: luogo virtuale, che è reale, in cui ognuno di noi entra nel grande gruppo di tutti i propri “amici”, e con gli “amici degli amici”, se vuole. Ogni volta che ognuno di noi esprime un parere, Fb raccoglie i verbi che si utilizzano, i sostantivi e gli aggettivi, assieme ai like e alle foto. E così sa quale visione del mondo abbiamo, e potrà (facendo i propri interessi commerciali) “vendere” queste informazioni a tutti coloro che pagheranno per averle (anche se Zuckemberg, durante le audizioni presso il Senato americano, ha negato questa vendita…).

Siamo sconvolti? E perché? Accade così da sempre: esistono gli amici, i traditori e i delatori. Questa è inoltre l’anima più fruttuosa del libero mercato: la vendita della propria libertà, facendoci credere di esserne gli unici proprietari. In realtà, rispetto a Giovanna che chiedeva le scarpe alla mamma, ora non interessa a nessuno creare una visione del mondo, un trend generale nel quale identificarci. Oggi interessa vendere, creare il bisogno di utilizzare per poi buttare e comprare altro. Vendere opinioni e creare voti, oppure instillare dubbi e congelare i nostri giudizi. Oggi non ci si identifica in un vestito condiviso dal gruppo, come fosse una divisa, come accadeva durante gli anni Sessanta, il periodo degli Hippies oppure negli anni Ottanta, con gli Yuppies. Oggi, è importante consumare per continuare a rimanere insoddisfatti. E in questa insoddisfazione possiamo essere indotti a votare, pensare, leggere, amare e criticare negativamente.

Ecco perché dico a tutti noi che è ancora valido il detto: “Chi trova un amico, trova un tesoro”.

Certo, ma un amico no-facebook.


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Alessandro Bertirotti

Docente universitario e Visiting Professor di Anthropology of Mind presso la Universidad Externado de Bogotà, Colombia

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