La scrittrice Bianca Marconero si racconta: presente, passato e futuro

Bianca Marconero, autrice della saga fantasy “Albion”, ha scritto per la Newton Compton i libri “Un altro giorno ancora”, “L’ultima notte al mondo”, “Ed ero contentissimo” e “La prima cosa bella”. In uscita, il suo nuovo romanzo, “Non è detto che mi manchi”.

L’abbiamo incontrata per scoprire tutto il suo percorso e per avere anticipazioni sul nuovo libro.

Bianca, come inizia il tuo percorso di scrittura? La Bianca Marconero bambina sognava di battere sui tasti di un computer, di creare storie, di fare della fantasia il motore primo?

Io credo che cantastorie ci si nasca. Lo capisci proprio dal modo di giocare di un bambino. Lo storyteller è quello che in cortile assegna i ruoli e imbastisce le trame. Quindi, benché non fossi in grado di razionalizzare questa mia inclinazione e proiettarla nel futuro, credo che, vedendomi giocare, si potesse immaginare la fine che avrei fatto.

Insomma, l’attitudine al racconto nasce con te. Forse è una forma di ribellione che si scatena quando subentra la consapevolezza che le cose non vanno come vuoi.

In “Un altro giorno ancora” racconti di una ragazza indipendente, coraggiosa, rafforzata dagli eventi infausti della sua esistenza. Si innamora di quello che è il suo peggior nemico, colui che – apparentemente – le dona un enorme dispiacere. Un amore quasi, si può dire, destinato a nascere e a brillare. Cos’è l’amore, per te? Qualcosa di impossibile da frenare, che poco ha a che fare con la razionalità?

Irrefrenabile è la passione, forse. L’amore vero mi sembra più lungimiranza, è l’intuizione di qualcosa che, benché sfugga alla ragione, è profondamente razionale; è come se ti si rivelasse all’improvviso che quella persona fa per te. L’amore è intuizione. Il colpo di fulmine dopotutto può essere un clamoroso abbaglio, oppure illuminarti il cammino che sei destinato a percorrere.

Sei l’autrice di molti libri. Citiamo gli ultimi quattro, pubblicati con Newton Compton, “Un altro giorno ancora”, “L’ultima notte al mondo”, “Ed ero contentissimo”, “La prima cosa bella”. È difficile stare al passo con l’editoria italiana che sforna una quantità inimmaginabile di titoli ogni anno? Come definiresti l’editoria italiana?

Mi sembra che l’editoria stia vivendo un attimo di panico. Per anni ha avuto i suoi tempi, i suoi criteri, i suoi devoti lettori. Ma l’avvento di internet e di una generazione per cui la lettura non è un valore ha un po’ ribaltato la prassi. Il panico, editorialmente parlando, si manifesta con i libri degli youtuber, e in genere di molti non-scrittori che hanno tuttavia abilità differenti, riconosciute dal pubblico dei social media; si manifesta con l’ansia si sbattere nella mischia scrittori senza alcuna formazione. Scrittori bambini a cui non è stato spiegato che per scrivere una buona pagina devi averne lette mille. E poi il fatto che si faccia scouting con i download è l’atto di resa suprema dell’editore, che non scopre più nulla, ma aspetta che la rete si pronunci, per salire sul carro di un vincitore già incoronato da altri. Insomma, L’editoria  ha in parte rinunciato al suo ruolo di filtro culturale.

Cos’è per te l’ispirazione? Un lampo improvviso, una luce che acceca, o una cosa meditata, che arriva piano e si evolve nella mente?

A dire il vero è entrambe le cose. Prima arrivano l’embrione dei personaggi, due pennellate di carattere e un tipo fisico,  poi una situazione, al massimo due. E se l’immagine è forte la storia per qualche ragione si costruisce intorno. Come il castello di Elsa, eretto a partire da un fiocco di neve.

C’è chi scrive nel buio della propria stanza, di notte. Chi trova la propria vena creativa solo fuori, all’aria pura. Chi ama l’inverno e scrive solo se c’è un metro di neve. Tu hai dei particolari rituali legati alla scrittura?

Hai presente quello che si diceva dell’Olanda di Cruijff, ovvero che praticasse “Calcio Totale”? Ecco, io metto in pratica la scrittura totale. Non posso permettermi  dei rituali. Scrivo a mano, correggo mentre cammino, pianifico in ogni momento del giorno. Negli anni ho sviluppato una certa abilità nel mettere in pausa il processo creativo e riavviarlo non appena ci siano le condizioni. Diversamente, con la vita che faccio, non scriverei una riga.

Dall’idea al libro concreto. Un percorso lungo e complicato. Cosa provi quando hai tra le mani il libro finito?

Lo pubblicherei così com’è. Il desiderio della condivisione è una di quelle torte super belle e super buone a cui è difficile resistere. Ma così come ci si deve imporre di dire di no ai dolci, credo sia ugualmente salutare non divulgare un testo crudo.  Se c’è una cosa per cui ringrazio i lenti tempi editoriali è che mi impongono un’attesa di un anno almeno. L’idea può sembrare deprimente, ma durante l’attesa sei costretto a mille revisioni, a mille ripensamenti e i libri diventano forti. Si trasformano in qualcosa che nella prima stesura non esisteva.

Se potessi riportare in vita uno scrittore del passato per fargli leggere una tua opera, per chiedere un consiglio, per scambiare idee e impressioni, chi sceglieresti? Perché?

Diciamo che a volte mi pesa il pensiero di vivere in un mondo dove sia Primo Levi, sia David Foster Wallace non ci sono più. Ma non oserei sottoporre a loro neppure un sms.

A quale dei tuoi libri sei più affezionata?

Accidenti, questa è dura! Non tanto perché sia difficile, ma perché mi dispiace per tutti gli altri miei progetti. La cosa più importante che ho fatto è la saga di Albion. Ombre, il secondo volume, è l’unico libro di cui non cambierei nulla. E conta che io cambio tutto, sempre.

Che rapporto hai con i lettori? Sei molto presente sui social.

Il social a me piace un sacco. Mi ci trovo bene. Ma poiché non vorrei correre il rischio di sembrare troppo virtuosa ti confesso che c’è una tipologia di lettore che non sopporto. È l’arrogante. L’arrogante  lo riconosci perché ti vuole fare tana sulle date, le tempistiche, su quello che un personaggio indossa in una certa situazione. Quasi sempre è uno scrittore che ha dimenticato, o non ha mai imparato, la prima lezione fondamentale.

Parliamo di una data, il 19 luglio precisamente. È in uscita il tuo prossimo libro, “Non è detto che mi manchi”. Cosa leggeranno i lettori? Ci puoi dare qualche anticipazione?

Certo, è un piacere! Allora abbiamo Emilia, una modella apparentemente stupida, convinta di essere stupida, e un programmatore imprigionato in una relazione con un dissennatore di nome Gaia, che in tre anni gli ha tolto tutti i pensieri felici. Emilia e Fosco si incontreranno a Palazzo Francalanza Visconti, che nello strampalato Bianca-verso è la sede milanese dove il gruppo editoriale Francalanza Visconti ha collocato un certo numero di riviste specializzate. Fosco lavora come redattore per un magazine che si occupa di videogiochi, Emilia sarà chiamata come guest star sulle pagine di Lollipop, settimanale per ragazzine.

Si conosceranno, si aiuteranno e rientreranno nella carreggiata dei loro desideri, almeno finché non arriverà il disastro. A un certo punto tutto precipiterà perché così è la vita. Poi tutto tornerà a posto, perché così succede nei romanzi.

Puoi regalare una citazione del libro ai lettori di M Social? E un aneddoto relativo alla sua stesura?

«Fidati di ciò che non sai con certezza. Delle intuizioni non confermate. Affidati ai colpi di testa che tutti giudicherebbero folli»

Che è un modo diverso per raccontare la mia visione dell’amore. In merito all’aneddoto sulla stesura, devi sapere che Fosco ha una passione smodata per i videogiochi, ha un party online, cioè un gruppo con cui si trova tutti i giovedì per giocare in multiplayer, ovvero quella modalità in cui giochi in squadra, comunicando con le cuffie e i microfoni ma stando ognuno a  casa sua.

I “Fuochi Fatui” sono un vero clan di Destiny di cui fa parte anche mio marito. I membri del clan hanno una certa venerazione per Emily Ratajkowski, il prestavolto della mia Emilia. Quindi questo libro è in un certo senso dedicato agli amici di mio marito. Contiene il messaggio: “Mollate i videogame! Là fuori c’è una modella che aspetta solo di cucinare per voi”.


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Federica Cabras

Ventiseienne, grande sognatrice. Legge per 12 ore al giorno e scrive per le restanti 12. Appassionata di cani, di crimine, di arte e di libri. Dipendente dalle paste alla crema. Professione, giornalista.

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