“Mamme coraggiose per figli ribelli”, il secondo libro di Giada Sundas: la verità raccontata con immensa ironia

Giada Sundas ha ventiquattro anni, una bambina di tre, Mya, e molta ironia.

Mi chiamo Giada Sundas, ho ventiquattro anni, ho fatto un figlio, ho scritto un libro e un giorno ho piantato del basilico ed è nato un cactus. Niente male, considerando che, fino a poco più di tre anni fa, credevo di essere una fallita qualsiasi. Neanche una fallita in qualcosa in particolare, proprio una fallita generica, un passe-partout dell’incapacità.

Con ironia, appunto, condisce ogni pagina di questo suo nuovo libro dove racconta tutti i momenti del suo essere mamma, dall’inizio, il concepimento e la gravidanza, fino al pargoletto vero e proprio, quello che piange e che, ci ricorda Giada, quando cresce un po’ dice sempre e comunque «No!» o chiede in modo compulsivo «Perché?»

Dopo una gravidanza un po’ particolare – una mattina mi sono svegliata e mi era improvvisamente sbucato un pancione enorme, un po’ come se qualcuno mi avesse aperto un ombrello dentro l’utero. Uno di quelli a scatto, telescopici, che un attimo sono grossi come cannolicchi ma basta la pressione di un tasto e, stlump, diventano dei gazebi – la Sundas è diventata La Madre. La Madre è un esemplare di essere umano che, con il parto, si trasforma – un po’ come nei Pokemon – in qualcosa di superiore, di evoluto, di diverso.

Tutto quello che eri prima, boom!, scompare. Tu sei La Madre e sai bene ciò che è necessario fare quando in casa tua c’è un bimbo… Giusto? No! Non lo sai, spiega la Sundas, ma tutti pensano di sì. Non è che in dotazione con il neonato venga dato un manuale di istruzioni, eh, o venga concesso un potere sovrannaturale, però la maggior parte delle persone crede che assolutamente dopo una gravidanza si diventi onniscienti. Perlomeno, su ciò che riguarda i piccoli cuccioli d’uomo. C’è una cosa che si chiama istinto materno e che, sempre secondo il pensare comune, avvolge tutte le neomamme – tipo un mantello, insomma – aiutandole nell’arduo compito di crescere in modo più indolore possibile un altro essere umano.

La Madre porta in grembo la sua creatura per nove mesi – sette se ha l’abbonamento ad Amazon prime – e poi viene al mondo quando mette al mondo. Dopo il fatidico giorno, La Madre utilizza il dolore del parto come metro di misura per qualsiasi avvenimento della vita: la febbre si misura in parti centigradi, i suoni in partibel e nei giochi da tavola tira i dadi per primo chi ha avuto più punti di sutura.

Non è così, però, e la Sundas ci spiega perché diventare mamma – almeno per la prima volta – è così difficoltoso, un percorso nuovo al quale abituarsi, da accettare.

Lei stessa è stata introdotta da un giorno all’altro, con un paio di spinte e respiri con la bocca, nel magico mondo delle mamme, dei pannolini sporchi e del moccio sui fazzolettini. Non è un mondo facile, ci dice, e il fatto che non esistano regole precise è un gran problema. Si viene teletrasportati in un universo nuovo, un universo fatto di ormoni in subbuglio, di sonno arretrato e di vomiti che sembrano slavine. Lei affronta tutto con una buona dose di humor, raccontando in modo burlesco il mondo di mamme/papà/bimbi e strappandoci una risata in ogni pagina, però si intravede comunque il grande sacrificio, l’immensa forza e il coraggio.

Per misurare la bambina ho usato un’unità di misura un po’ casalinga: a un mese di vita aveva raggiunto niente di meno che la lunghezza di cinque Kinder Bueno e mezzo […] Le fasi di crescita seguono più o meno l’andamento della stagionatura del formaggio di fossa.

I primi mesi sono i più incerti, è vero, quelli in cui per ogni cosa ci si domanda se si sta facendo giusto, ma dopo i problemi non spariscono. Oh, no. Si moltiplicano, a suon di perché, di bizze e di no.

In questo tipo di situazioni, i bambini utilizzano delle capacità speciali per portare il livello di sopportazione del genitore ai limiti storici: per esempio si buttano a terra e si rotolano nella sabbia diventando dei simpatici chicken nuggets e, se provi a sollevarli, attivano la modalità invertebrato, che consiste nell’immediata sparizione delle ascelle e in una extra produzione di sudore per sgusciare meglio.

Quando da neonati diventano piccoli uomini e piccole donne, poi, la loro trasparenza è una bella botta per l’autostima della mamma in questione: Mya non mangia non perché sia inappetente, no, ma perché non ama particolarmente la cucina di Giada e non si dispensa dal dirglielo ripetutamente.

Ma, oltre tutto questo, lei la ama, la ama follemente e totalmente. Anche quando le dice che, ehi, mamma, devi mangiare meno ravioli, o quando al papà sì e a lei no. La ama perché è parte di lei e perché il suo stesso sangue scorre nelle sue vene. La ama perché è il suo miracolo. Perché è la sua stella e la sua musa.

Insomma, Giada Sundas ci trascina nel suo essere mamma senza se e senza ma, senza cercare di rendere le cose più rosee ma mostrando in ogni riga, in ogni virgola, in ogni spazio un immenso amore per quella bambina che ha colorato la sua vita e per il compagno che la accompagna in questo percorso, bellissimo e complesso allo stesso tempo.

E a un certo punto verso la fine, lei dedica una lettera al Babbo Natale delle mamme scagliandosi contro chi, un po’ invadente, la sprona a mettere al mondo un altro bambino per non lasciare Mya figlia unica.

Comunque, Babbo Natale delle mamme, volevo dirti che quest’anno sono stata brava: mi sono sempre pulita da davanti verso dietro e ho quasi sempre soffiato sul cibo caduto a terra, quindi penso di meritarmi un bel regalo […] Siamo sette accidenti di miliardi al mondo, sono quasi sicura che non avrà difficoltà a trovare qualcuno con cui trascorrere del tempo e, soprattutto, trovo assurda questa faccenda di mettere al mondo un essere umano per fare compagnia a un altro. Non sono pappagallini.

170 pagine da leggere con le lacrime agli occhi ma che ci lasceranno dentro qualcosa di più che un po’ di divertimento.

La verità è che essere mamma è una esperienza individuale, un’esperienza bellissima, ardua, talvolta complicata ma miracolosa. Soprattutto miracolosa.


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Federica Cabras

Ventiseienne, grande sognatrice. Legge per 12 ore al giorno e scrive per le restanti 12. Appassionata di cani, di crimine, di arte e di libri. Dipendente dalle paste alla crema. Professione, giornalista.

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