Morte, streghe, superstizioni: un viaggio nella Sardegna di inizio ‘900 con Spiriti nella notte della Delussu

Siamo in un villaggio della Sardegna rurale e il Novecento è iniziato da poco. Maria, incinta, cammina faticosamente. I parti l’hanno sfiancata, le hanno logorato il fisico, ciononostante si trascina, malgrado la gravidanza avanzata, per fare tutte le faccende che le spettano. Suo marito, Giuanni “il dolente” – chiamato così per un curioso caso del destino –, la ama, lui ricambia l’amore. Lo chiamano “il dolente” per un curioso caso del destino, per un evento fortuito ma dolente non lo era per nulla. Da questo loro affetto sono già nate due bambine, Margherita – una bambina rubiconda e allegra – e Antonietta, sempre così pallida, gracile e malaticcia; il Signore, come amano spettegolare in paese, sembra volerla richiamare a sé costantemente. Il terzo frutto d’amore giace nel suo ventre, è quasi pronto a nascere. Non si fa troppe illusioni, Maria, del resto è cresciuta sapendo che la morte è parte della vita. Lo sanno bene, le donne del paese: per quaranta giorni dopo la nascita la tomba è aperta per i nuovi venuti. Nessun bambino si può dire immune a quella che è una maledizione che odora di morte e di tragico, di buio assoluto e di lacrime.

È triste, Maria, ancora non ha dimenticato la morte della madre. Torna indietro, lasciandosi andare ai ricordi. Il cervello della donna si era letteralmente fritto mentre, un giorno, era nei campi a lavorare. Da allora, più niente. Il corpo pieno di piaghe, di vermi, che moriva lentamente, e gli occhi sempre aperti, incapaci di abbandonare il mondo seppure in quella situazione così agghiacciante. Maria era stata obbligata dal destino a compiere una scelta. Le pene della poveretta erano state quietate dall’Accabadora, la signora deputata a togliere le sofferenze per sempre.

Malgrado si senta ancora in colpa dopo tempo, Maria sa bene quanto le sofferenze possano essere peggio della morte stessa.

“Maria vide la donna che usciva da casa loro allontanandosi veloce. L’indomani le avrebbe portato in dono miele e olio. Si alzò mesta dalla soglia, trasse un profondo respiro ed entrò. Assunta ora aveva il volto disteso. Sembrava essere tornata quella di un tempo. Come addormentata. La ricompose sentendosi in colpa, poi scrutò la sua serenità e capì che lei oramai era fuori da tutto: dal dolore, dalle brutture del mondo, dalle fatiche. Atroce ma giusta. La scelta fatta era l’unica possibile. Anche i parenti sarebbero stati d’accordo sul fatto che era inutile far soffrire oltre e inutilmente la povera Assunta. S’accabadora l’aveva accompagnata nelle mani del Signore prima che perdesse, oltre al resto, anche la dignità.”

Inizia così “Spiriti nella notte“, una storia che ripercorrerà molti anni e che non si fermerà alla famiglia di Maria. Il villaggio intero è lo scenario di questo racconto. È un racconto che odora di tradizione, di leggende e superstizioni da tramandare, voce bassa e pelle rischiarata dal camino, dopo il tramonto. È un racconto che ripercorre anche storicamente quello che è stato il nostro passato. È un racconto che ci insegna il sapore amaro del dolore, della miseria e del destino avverso molto più di quello dolce delle gioie e dei momenti felici – ché, purtroppo, in quei tempi e nei nostri luoghi, quelli che con i piedi calpestiamo ancora oggi, non era semplice guadagnarsi da vivere –.

È un racconto dove le donne hanno parte centrale, le donne così forti ma anche disgraziate. Le donne che devono difendere il proprio onore dai bruti. Le donne che devono lavorare, sodo e senza lamentele, per tirar su una famiglia cui è venuto a mancare il perno. Le donne che sono le custodi della tradizione. Le donne che sono anche streghe e fantasmi, di tanto in tanto, e che devono, devono!, essere madri amorevoli e mogli oneste – e che non si dica che non sanno essere entrambe.

In questo testo, tutto quello che conosciamo della nostra Sardegna.

La Sardegna che unisce vita e morte con un filo invisibile ma forte come acciaio. La Sardegna che scorre nelle vene di coloro che ci sono nati tanto che, anche quando si è lontani, se ne sente il richiamo. La Sardegna delle Panas, della Giobiana, della processione dei morti, dell’Accabadora. La Sardegna della testa alta e dell’orgoglio da difendere con le unghie e con i denti. La Sardegna della dignità. La Sardegna delle Janas. La Sardegna che beviamo nell’acqua pura delle sorgenti, quella che respiriamo nell’aria, naso all’insù e occhi persi nel cielo. La Sardegna che amiamo e che ci nutre, mamma attenta e scrupolosa, tramandandoci tutto e insegnandoci tutto. La Sardegna che è così uguale e diversa al tempo stesso rispetto a quella di cento anni fa.

La Sardegna che ci narra in modo magistrale la Delussu con il suo racconto attento e minuzioso. E con la sua scrittura coinvolgente. E con il suo amore per la terra.

Un libro bellissimo.

 “Fuori i cani ululavano, il vento iniziava a soffiare. Presto le anime dei defunti avrebbero iniziato il loro pellegrinaggio. In fila, uno dietro l’altro, avrebbero attraversato ancora quelle lande alla ricerca di chissà cosa, magari facendosi vedere dai vivi., da coloro che avevano amato.”


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Federica Cabras

Ventiseienne, grande sognatrice. Legge per 12 ore al giorno e scrive per le restanti 12. Appassionata di cani, di crimine, di arte e di libri. Dipendente dalle paste alla crema. Professione, giornalista.

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