Tu sei parte di me. Il legame madre/figlia secondo sette autrici best-seller

Cosa accade quando una donna scopre che di lì a poco metterà al mondo una figlia?

Una creatura che ha il suo stesso sangue, che vive nel suo grembo per nove lunghi – ma brevi – mesi e con la quale instaura sin da subito un legame forte. Una donna diventa madre nel momento esatto in cui un battito di cuore si unisce al suo. Non si è sempre pronte, sovente ci si sente non adatte. Senza considerare che, nonostante il pensiero comune che la mamma debba sapere tutto e non vacillare di fronte a nulla – solo certezze e nessun dubbio, insomma –, spesso ci si sente di fronte a un bivio: si rimane esseri umani. Si rimane donne. Insicure, impaurite, vacillanti. Restano le paure. Restano gli errori e il passato, quello che si sente forte nella testa e nel corpo, reclama la sua importanza.

In fondo era proprio mia madre che mi aveva aperto la porta e aveva liberato l’ostaggio. Era arrivato il momento di salutarla. «Addio mamma» dissi. E chiusi la porta.

Ci sono madri, come Veronique, che proiettano i propri sogni, quelli andati e di non ritorno, sulle figlie senza pensare che un figlio è un essere umano a se stante e non un prolungamento della propria vita. Non sono seconde occasioni, le figlie. Non sono prove da superare, le figlie.

Ci sono madri egoiste, come Virginia, madri che pensano solo a se stesse e che, senza aver nessuna intenzione di vedere offuscata la propria fortuna, non badano poi troppo a quella frugoletta che, pur essendo capace di camminare con le proprie gambe, vorrebbe un abbraccio, un sorriso, un cenno del capo. Un ti voglio bene sussurrato ma non troppo. Una carezza nel viso, leggera come un drappo di seta che si posa ma calda come una coperta di pile.

Mi sono sempre chiesta come sarebbe stato questo giorno, chi avrei avuto al fianco, cosa ci saremmo detti, quali i nostri progetti per il futuro. Invece sono sola, non ho la più pallida idea di quello che farò, non ho voglia di raccontare a nessuno come mi sento, perché in realtà non lo so nemmeno io. E poi cosa dovrei dire? La verità è che ho paura. Una tremenda, infinita paura di essere davvero incinta.

E ci sono madri buone, dolci e perfette, come Adua, la mamma bella e solare che ha accompagnato sua figlia nel cammino della vita tenendola per mano e supportandola in tutto ma che ha avuto, come risposta, la stangata di un destino beffardo. Alla fine, i ruoli di madre/figlia si invertiranno. Ahimè, spesso sono i figli a pagare le colpe, colpe non loro e per questo ancora più dolorose. Brava è anche Cara, carica di paure, sì, e imperfetta nei suoi piccoli difetti, ma innamorata di Vita, del loro rapporto, delle loro abitudini e delle loro cose. Certo, dovrà abituarsi all’idea del cambiamento, è vero. Ma che importa quando si è felici?

Quando tornarono nella loro piccola casa in affitto, Cara non aveva voglia di parlare di niente. C’era stato qualcosa, durante quell’estate, qualcosa che le aveva fatto pensare che forse stavolta non dipendeva da lei. Che forse stavolta non era stata lei a farsi volontariamente piccola davanti a cose in fondo non così gravi.

E poi c’è Barbara che durante i nove mesi della gravidanza scoprirà cose di sé che non conosce nemmeno lei e c’è Ioan che è figlia bisognosa di attenzioni ma mamma anch’essa e che deve essere messa di fronte a un fatto terribile, a un giorno di non ritorno, per comprendere la preziosità di un periodo duro, molto complicato e non sempre bello.

Mai, in tutta la mia vita, ho amato o amerò qualcuno tanto quanto mia figlia. Non appena Lucia nacque, capii che fino a quel momento non avevo mai amato veramente nessuno. I miei genitori e i miei fratelli passarono – e uso questa espressione per farmi capire da tutti – in serie B. Ed Enrique, mio marito, passò in serie C.

E c’è anche la mamma di Lucia, una donna narcisista, egoista e molto ottusa che ha costruito con sua figlia un legame morboso. E tragico è stato  l’epilogo di questa storia.

Veronique spalanca la bocca davanti ai jeans che per un centimetro non riescono a chiudersi. Un centimetro, un misero centimetro. Potevo pure fare a meno del gelato.

Si può essere amiche o nemiche, complici o rivali, innamorate l’una dell’altra o distanti anni luce. Si rimane figlie, così come si rimane madri.

Federica Bosco, Cristina Caboni, Valentina d’Urbano, Evita Greco, Clara Sànchez, Carmela Scotti, Simona Sparaco: ecco le penne di questo libro. Ognuna con la propria storia, ognuna con il proprio bagaglio di esperienze, di sensazioni, di emozioni. Ognuna con un rapporto madre/figlia particolare. Descrivono l’amore, descrivono l’odio, descrivono il desiderio di fuggire, la voglia di restare. La frustrazione. Il sentirsi non adatte. Descrivono la dedizione e la consapevolezza.

Ci fosse stato qualcun altro a cui affidarlo, non avrei esitato. Latte in polvere e libertà. Ma ero sola: le fitte al seno e il suo lamento incessante mi richiamavano ogni notte a un ordine imprescindibile.

AMICHE, COMPLICI, NEMICHE O RIVALI. MA SEMPRE MADRI E FIGLIE, come recita il sottotitolo del libro.

L’ultima volta che la chiamai “mamma”, Adua aveva ventotto anni e io appena dieci, uno scarabocchio di bambina pesante affamato di carezze, felice soltanto quando lei era nei dintorni, a segnare con i suoi baci il confine del mondo conosciuto.

Federica Cabras

Ventiseienne, grande sognatrice. Legge per 12 ore al giorno e scrive per le restanti 12. Appassionata di cani, di crimine, di arte e di libri. Dipendente dalle paste alla crema. Professione, giornalista.

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