“Noi che ci stiamo perdendo” di Manola Aramini: chi ha ucciso Tatiana? Viaggio nelle menti perverse

“La spiaggia assolata di luglio diffondeva una sensazione di lentezza del tempo, mentre alcuni gabbiani chiassosi sorvolavano il mare luccicante di Alassio. Il profumo di salsedine s’impregnava tra i miei capelli scomposti e intrappolava il mio spirito agitato per renderlo mite. L’immensità azzurra del mare finiva dove iniziava il confine d’un cielo terso, dal colore piatto e monotono. Nulla sembrava poter scalfire quella giornata di pausa dal lavoro, forse di vera vita, mentre la mente sfuggiva dal tempo e dalle responsabilità”.

Inizia proprio così “Noi che ci stiamo perdendo”, il libro nuovo di zecca della scrittrice Manola Aramini targato Officina Milena.

Alma è una giovane e bella cantante di origine indiana ed è in pausa. La vita l’ha prosciugata e quei giorni di pace le servono per rimettere al proprio posto i tasselli di un puzzle scombinato. È proprio in quei momenti di tranquillità, dove le sembra che nulla, nulla!, possa disturbare quella quiete, che riceve una chiamata.

Arthur Cortes è un affermato pianista ed è anche, suo malgrado, un vecchio amante della donna. Cosa vorrà?, si domanda lei, ma la risposta arriva presto e ha il sapore del fiele.

La moglie di Arthur, Tatiana, è morta. No, non di morte naturale e né di incidente. La chiara ed eterea aspirante scrittrice Tatiana è stata uccisa da qualcuno che l’ha lasciata morire di fame e di sete e che l’ha legata con dei fili rossi. Ma chi poteva avercela con lei?

“Forse c’è stato un momento in cui ho odiato tua moglie, ma poi ho compreso che senza di te la mia vita sarebbe andata avanti lo stesso, prendendo curve nuove, scoprendo percorsi affascinanti. E mi sono sentita simile a lei, perché entrambe ti abbiamo ascoltato e creduto, mentre tu ci mentivi. Chi poteva odiare Tatiana al punto da ucciderla?”

La verità è che, ahimè, Tatiana non aveva nemici dichiarati ma nell’ombra in molti la osservavano, non sempre con simpatia. A questo punto, si rivelerà difficile per il Commissario Fermi scoprire chi ha spento la luce dell’eterna artista insoddisfatta. Chi ha infranto i suoi sogni? Chi l’ha privata dell’alito di vita?

La vicenda – che ha come teatro la bella Fregene – si snoderà tra segreti e colpi di scena. Nessuno è completamente innocente, sia messo a verbale. Non la cognata, morbosa e ossessiva, e né suo marito, freddo come il ghiaccio. E che dire del giardiniere? Quell’uomo vecchio e ancora innamorato della moglie morta che, però, alla vista di quella bella donna che pareva vivere in un altro mondo era ancora capace di eccitarsi. Ma non solo.

Ci sono psicologi con personalità particolari, mariti che non riescono a essere fedeli e amanti che sbucano quando meno ce lo si aspetta.

E, rullo di tamburi, c’è anche – in questa storia drammatica che è condita con amore e morte, incomprensioni e mezze menzogne, difficoltà e risoluzione nascosta dietro l’angolo – un’altra ragazza. Anche lei recisa come un fiore. Anche lei privata della possibilità di futuro. Anche lei fredda e rigida come solo la morta ti rende.

E sbuca persino un libro, un libro che potrebbe essere la chiave di tutto. Potrebbe.

Chi diavolo l’ha uccisa? Questo ci si domanda costantemente.

Ahi ahi, per il sovrappeso buon Fermi le cose non si mettono bene. Dovrà penare su questo caso, pensare incessantemente a tutto, a tutti i collegamenti, alle bugie e alle verità nascoste… e non alla cena che la moglie Maria potrebbe presentargli.

“I suoi occhi restano spalancati a guardarmi e un rivolo ghiacciato mi scorre lungo la schiena”.

Si va avanti sempre come se si avesse perennemente il fiato sul collo. La Aramini racconta questa vicenda cambiando spesso punto di vista. Uno spazio è dedicato a tutti i bizzarri personaggi. Per renderci più vicini alle loro motivazioni? No, solo per farci capire meglio, per portarci a una comprensione che in realtà si avrà solo alla fine. Eh sì, la Aramini non dà nessun indizio concreto su chi possa essere l’assassino. Semina qua e là, mostra gli scheletri nell’armadio di ognuno (e perché, chi non ne ha?) e questo crea momenti di agitazione – «È lui!» ci viene da affermare a gran voce e poi «No! È lei, ne sono certo!» – misti a voglia di andare avanti e di corsa.

“La luci di Roma sono così, come tutte le grandi città è piena di bellezza e di squallore. Io ogni tanto vado a cercare lo squallore, lo paragono con il mio cuore, forse mi sento meno solo. Io amo Roma per tutto il bene e il male che racchiude, per la bellezza, l’arte e la malavita, per la gente che sorride sempre anche quando è in difficoltà”.

Alla fine, nulla di scontato.

Dopo la chiusura – del caso e del libro –, si rabbrividisce… buffo, buffo e anche inquietante: si può morire, così come in questo libro nella vita reale, per una colpa che colpa del tutto non è.

Federica Cabras

Ventiseienne, grande sognatrice. Legge per 12 ore al giorno e scrive per le restanti 12. Appassionata di cani, di crimine, di arte e di libri. Dipendente dalle paste alla crema. Professione, giornalista.

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