“La prima volta in cui sono morta”: suicidio o no? La Minotti ci sorprende con un romanzo mozzafiato

È una mattina come qualsiasi altra quando Silvia viene trovata dal marito impiccata al lampadario della loro camera da letto. Attorno al collo, proprio una sua cintura.

Quando qualcuno muore in questo modo, si cerca sempre un biglietto, una frase, un foglio, un appunto (fosse anche scritto su un muro) che rechi il perché – sebbene non c’è motivo al mondo che giustifichi un atto simile – e Silvia ha lasciato una sorta di spiegazione.

Quindi, ricapitolando, abbiamo una donna impiccata, con una cintura al collo – corda di fortuna –, e abbiamo persino una lettera d’addio scritta in modo ordinato.

Nel libro di Marta Minotti “La prima volta in cui sono morta” c’è un suicidio in piena regola, no?

“A volte a rubarti la vita non è una malattia né la morte stessa, ma il tempo.”

Ma Silvia non è morta ed è lei stessa, relegata nel reparto di Terapia Intensiva Neurologica, ad accorgersi di quel qualcosa che non va. E passi che non ricorda di aver mai avuto alcun istinto suicida, passi anche che l’ultimo suo mese sia avvolto nel dimenticatoio, passi l’atteggiamento bizzarro di lui… anche molte altre cose fanno vacillare la donna che decide, così, di scavare nel proprio passato alla ricerca di quella porzione di memoria inghiottita da un buco nero.

“È incredibile come a volte possa bastare tanto poco a creare legami impensabili che certe persone non riescono a stabilire neanche nell’arco di una vita intera.”

Non sarà semplice, no, perché Silvia, a causa di un ictus ischemico, ha perso momentaneamente l’uso della parola e parzialmente del movimento. Si impegna molto per ritrovare se stessa.

Ad aiutarla, Marianna, sua figlia, e suo padre – con l’immancabile gatto al seguito.

Il bello di questo libro è che nulla è quel che è: i vari elementi, disposti ad arte, si uniscono a cerchio soltanto alla fine. Nonostante qualche refuso – che è normale –, l’autrice si dimostra particolarmente brava nel raccontare una vicenda che non sembra mai surreale, benché particolare.

Ci sentiamo vicini a Silvia (complice anche la narrazione in prima persona), siamo in pena per lei, siamo confusi con lei, ci sentiamo traditi e violati con lei. Odiamo con lei. Ci rialziamo con lei.

Silvia non solo deve dimostrare a tutto il mondo – pur non potendoci mettere la mano sul fuoco nemmeno lei – di non essersi messa una cintura al collo, lasciandosi cullare dalla morte, ma anche, quindi, di essere stata quasi uccisa: la sua morte non può essere un caso di certo.

La Minotti, con linguaggio fluido e sempre ben dosato, riesce a fare in modo che l’incertezza ci cavalchi, che ci domi, che ci metta KO. Fa in modo che non si possa far altro che leggere, leggere, leggere fino alla fine.

“Succede che ti ritrovi a fare cose che normalmente non faresti mai in nome dell’amore che provi per loro… che poi ti voltano le spalle in un momento, come se niente fosse.”

Chi ha quasi ucciso Silvia?

Questo è l’interrogativo che ci balla nella testa sempre, costantemente. E la fine, tutt’altro che scontata, arriva fin troppo presto.

Consigliatissimo.

“Se ho sfiorato la morte senza toccarla davvero, vuol dire che in fondo mi è stata data un’altra occasione. Chissà che questa volta non possa essere finalmente felice.”

AUTORE: Marta Minotti

TITOLO: La prima volta in cui sono morta

PAGINE: 234

ANNO USCITA: 2018

Federica Cabras

Ventiseienne, grande sognatrice. Legge per 12 ore al giorno e scrive per le restanti 12. Appassionata di cani, di crimine, di arte e di libri. Dipendente dalle paste alla crema. Professione, giornalista.

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