“Il giorno più bello del mondo”, la favola reale che risveglia l’umanità | RECENSIONE

Funamboli in corsa, ballerine che si truccano, melodie prettamente da musical: è impossibile non immedesimarsi a qualsiasi età nei panni del pargolo che cammina incredulo dietro le quinte del teatro Meraviglia, all’inizio de “Il giorno più bello del mondo”. Colori, luci e amore ci accolgono nell’ultima fatica cinematografica di Alessandro Siani, indirizzandoci subito verso quello stile fiabesco tanto rassicurante nelle commedie americane, ma mai così impattante nel Belpaese.

L’esperimento stavolta viene compiuto a Napoli, a discapito di un impresario in declino di nome Arturo Meraviglia, che si troverà inaspettatamente dinanzi ai prodigi telecinetici del piccolo Gioele (Leone Riva), affidatogli in eredità assieme alla sorellina Rebecca (Sara Ciocca) da un lontano zio. Dopo il classico problema d’ambientamento, fra stili di vita fortemente contrapposti, i due piccoli sapranno rivelarsi l’ancora di salvezza per il protagonista, sia dal punto di vista economico che emotivo, dato che riusciranno in prima istanza a risolvere tutti i suoi debiti e poi a recuperare tutto quell’amore nascosto per anni dall’ormai 40enne di Napoli. Non mancano di certo peripezie che provano a ostacolare il magico rapporto fra i 3, racchiuse da un team di loschi scienziati capitanati da Orazio Bollè (Leigh Gill) che vorranno dividerli, ma la forza dell’amore – interno anche nel “nocciolo” del male con la scienziata Flavia Mainardi (Stefania Spampinato) – e dell’amicizia, grazie agli strampalati amici di sempre, da Gianni Pochi Pochi (Giovanni Esposito) a Kaori (Jun Ichikawa), garantisce quel classico e circolare lieto fine che fa uscire con un “viso rilassato e un cuore pieno” gli spettatori, come si auspicava nelle note di regia l’artista partenopeo.

L’errore grossolano che ogni adulto potrebbe compiere però alla fine di questi scorrevolissimi 104 minuti di film sarebbe quello di reputare la pellicola per bambini, nascondendo fra le pieghe di un giornale le lacrime fuoriuscite in alcuni tratti del film. Complici le musiche e la capacità strabiliante dei due bambini di appena 6 e 11 anni a far trasparire le emozioni, la sceneggiatura muove romanticamente tante critiche alla modernità, dalla perdita della spensieratezza infantile allo smarrimento dello stupore negli adulti. La prova inconfutabile è quel declino dell’avanspettacolo, gli esperimenti ai danni dei bambini “speciali”, ma soprattutto l’avvento della tecnologia nelle nostre abitazioni. Attraverso però la sana improvvisazione e quella leggerezza italiana impareggiabile nel mondo, Siani offre una via d’uscita per tutte le età, curando dettagli – dalle espressioni facciali alle molteplici citazioni di altri film – e dando un’idea di riscatto coraggiosa e non del tutto irraggiungibile. Perché quel “giorno più bello del mondo”, seppur posto agli antipodi come emerge all’inizio del mondo, può essere raggiunto da chiunque, a patto che ci si risvegli dall’effetto narcolettico della virtualità!

Luca Fortunato

Nato con la 'penna' all'ombra del Colosseo, sono giornalista pubblicista nell'OdG del Lazio. Accanto alle cronache del mio Municipio con il magazine La Quarta, alterno le mie passioni per la musica e il calcio, scrivendo per alcune testate online (M Social Magazine e SuperNews), senza dimenticare il mio habitat universitario. Lì ho conseguito una laurea triennale in Comunicazione a La Sapienza e scrivo per il mensile Universitario Roma. Frase preferita? "Scrivere è un ozio affaccendato" (Goethe).

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