“Noi oltre le stelle”, il nuovo libro di Antonella Maggio: strani giochi del destino

La ventottenne Katie è una mamma orgogliosa e una moglie innamorata. Farebbe di tutto per la piccola Debbie, la bimba nata da un amore forte, solido, bellissimo, passionale.

Sì, lei e Trevor, suo marito, sono due anime gemelle.

Non c’è nulla che Katie vorrebbe più delle mani di Trev sul suo corpo. Dei suoi occhi che la guardano. Del suo abbraccio. Dei suoi baci, di quelli focosi e di quelli affettuosi. Del suo respiro sul suo collo.

Però… C’è sempre un però. C’è nelle favole per bambini e c’è nei libri per gli adulti.

Però da qualche mese l’uomo ha trovato un nuovo impiego e, per non rischiare di precipitare nei gravi problemi economici che la famiglia ha affrontato qualche tempo prima, ci si butta a capofitto. Non guarda orari né festività. Katie è esausta. Lo ama, come già detto, ma non lo vede, non lo sente.

“Noi donne siamo fortunate. Abbiamo sempre un po’ di vantaggio quando si tratta di mascherare il nostro malumore. Se la nostra vita fa schifo e la nostra faccia anche, talvolta basta un rossetto rosso e un po’ di mascara, il blush rosa sulle guance. Nello specchio, o agli occhi degli altri, continueremo a essere belle e perfette mentre dentro avremo i tarli a consumarci.”

Inizia così il nuovo romanzo di Antonella Maggio: “Noi oltre le stelle” (Butterfly edizioni, 2019).

Accade spesso che anche la passione più profonda, l’amore più radicato, l’affetto più solido possano essere resi più vacui, meno consistenti, quasi evanescenti ed effimeri, dalla rabbia, quella che si forma quando vince l’incomprensione.

Ed è proprio questo che accade a Katie: lei è così stanca, così delusa, così sola nel crescere una bambina e nell’affrontare le incombenze quotidiane che, di tanto in tanto, si domanda se Trev non stia cambiando irrimediabilmente. Se si stia allontanando da loro. Se stia mettendo un muro.

Proprio in questo momento di transizione, fa il suo ingresso il bello da morire e altrettanto sboccato Benton Parker – ribattezzato ginger boy dall’amica di Katie Liza –, avvocato da urlo con un passato burrascoso che nasconde dietro sorrisi e fesserie dette a gran voce. Non riesce proprio a stare serio, Ben, e, soprattutto, si interessa di Katie sin dal primo istante. Non si capisce perché, ma un solo sguardo della ragazza basta a fargli capire che ci deve provare. E non sempre in modo delicato.

Nemmeno Katie è indifferente a quell’uomo dai capelli rossi e la tendenza a dire sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato.

Un anello al dito e una figlia a carico non bastano a dissuaderlo.

Ma cosa accadrà?

Sarà solo l’inizio di una spirale di errori, di dolore, di incertezza.

Nulla di ciò che si pensa all’inizio si avvererà.

“Questa mattina è sorto il sole. Sorge sempre in realtà. Tutti i giorni, magari a orari diversi ma c’è. Il sole spunta fuori e caccia via la luna e le stelle per comandare sul cielo, per illuminare i visi, rallegrare gli animi e rendere speciali le giornate ma, a volte, non ce ne accorgiamo per colpa delle nuvole, infide e invidiose che gli si pongono davanti e offuscano tutto. Le odio. Odio le nuvole che offuscano il mio cielo e forse anche un po’ la mia vita.”

Il destino, ahimè, talvolta ha dei piani particolari per le persone. Certe volte è magnanimo, non carica sulle spalle un peso che non si potrebbe sopportare. Altre, è maligno, cattivo, sadico e a noi comuni mortali non resta altro da fare se non provare ad affrontare tutto di petto, senza vacillare o, almeno, senza concedere alla nostra incertezza di buttarci sul baratro.

L’autrice riesce a farci affezionare a tutti. Anche a Benton Parker che, sotto quell’apparenza da sciupafemmine sessista, è una persona che la sofferenza la mastica come il pane. La piccola Debbie ispira tenerezza: i bambini vedono le cose diversamente da noi adulti, sono capaci di aprirci gli occhi, di aiutarci nelle cose base della nostra vita, ma sono anche trasparenti come l’acqua e sinceri. Molto sinceri.

“Siamo umani, siamo fragili più dei fiori perché alcuni di essi nascono addirittura dalla crepa del cemento sulla strada e resistono fino a quando qualcuno non li calpesta sotto la suola delle scarpe. Noi, invece, veniamo al mondo e ci sarà sempre qualcuno che proverà per noi amore vero e senza condizione alcuna, ci prenderà con sé prima che qualcun altro possa schiacciarci o se arriverà tardi, ci curerà le ferite.”

Se la prima parte del testo è caratterizzata dal dualismo Ben e Trev, nella seconda prende il sopravvento un po’ di tristezza. Di amarezza.

“La vita è come una giostra. Il problema vero è che le giostre non piacciono a tutti ma in questa specie di parco divertimenti, che spesso e volentieri non diverte poi tanto, non è consentito restare in basso a guardare gli altri che volteggiano e urlano nel cielo. Prima o poi tocca a chiunque salire su una specie di ottovolante, quindi le paure è meglio farsele passare, è bene abituarsi e io continuo a storcere il naso tutte le volte che il mio cervello anche solo pensa a quest’ultima parola.”

Si legge tutto d’un fiato, questo è certo. E l’attenzione è sempre tenuta al massimo. Antonella Maggio riesce a rapire ognuno di noi, a farlo innamorare di personaggi e ambientazioni, a fargli desiderare di arrivare alla parola fine prima possibile. Per sapere. Per tirare, eventualmente, un sospiro di sollievo. Per tranquillizzarsi.

“L’assenza genera mancanza e diventa insopportabile di notte quando si spengono le luci e si parla sottovoce.”

Federica Cabras

Ventiseienne, grande sognatrice. Legge per 12 ore al giorno e scrive per le restanti 12. Appassionata di cani, di crimine, di arte e di libri. Dipendente dalle paste alla crema. Professione, giornalista.

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