Alda Merini, mia madre: la poetessa impavida raccontata dalla figlia Emanuela Carniti | RECENSIONE & INTERVISTA

I libri non capitano per caso. Si avverte la loro bellezza anche attraverso un semplice sguardo. E poi non te li dimentichi più. Ti prendono le ore, ti scompigliano i pensieri, ti accendono di emozioni e ti portano per mano verso dialoghi muti. Quelli che si fanno per metterci a nudo, spinti da una riflessione senza linee. Insomma, i libri sanno conquistare in silenzio. Da quando ho letto Alda Merini, mia madre di Emanuela Carniti, alcune cose non sono più le stesse. È come se si fossero ordinate, tranquilla di aver assorbito ogni fibra delle parole scritte dalla figlia della poetessa più amata del Novecento italiano.

Il libro è forte, intimo, appassionato e doloroso. È un tormento ed una vittoria insieme. Anche il lettore più corazzato sentirà addosso le cicatrici di una storia che resta attraverso le letture solitarie o le conversazioni condivise. Non si è mai preparati abbastanza ad una mente geniale come quella di Alda Merini. E le emozioni crollano quando si leggono le sue parole ti entrano nella pelle.

Soffro tanto di un male chiuso e quasi inestricabile. Avessi almeno una luce di salvezza! A volte le vite umane si condensano fino a generare una resistenza per la nostra morte. Mesi e mesi così fustigati; giorni smarriti nel panico, ansie senza uno sbocco pietoso. … La vita! Io ne ho tanta, troppa sete e le mie labbra non fremono ancora di piacere nell’accostarsi al soave banchetto della realtà. La mia materia non ha fuoco e giace immersa nel silenzio.”

Pesa leggere Alda Merini, mia madre. Pesa perché resti inchiodata alla figura di una donna che ha sempre creduto nelle sue capacità di poetessa, che non ha mai mollato, che ha scritto per salvarsi, che ha visto nella penna l’unica libertà con le ali nella mente. La scrittura dell’autrice Carniti è calda, diretta, avvolgente. Bisogna fermarsi anche nella lettura per trovare uno spazio di riconciliazione, per prendere fiato e continuare. Perché si va quasi in apnea in un racconto che straripa portandosi dietro tutto: coraggio, sofferenza, speranza, libertà, riscatto, amore.

Fui quindi internata a mia insaputa, e io nemmeno sapevo l’esistenza degli ospedali psichiatrici perché non li avevo mai veduti, quando mi ci trovai nel mezzo mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto molta fatica ad uscire.”

Emanuela Carniti nel suo libro racconta la madre, Alda Merini, nella quotidianità, nella sfera privata, negli anni del silenzio e in quelli del successo. Un enfant prodige prima che frequentava i salotti letterari, apprezzata da Quasimodo, da Montale, amica di Maria Corti, e una donna esuberante poi, con il suo rossetto rosso, lo smalto consumato sulle unghie ed uno stile eccentrico.

La scrittura per Alda Merini era tutto, era la vita stessa. Perché secondo lei sua madre era tormentata?

Credo perché non riusciva a comunicare. Lei scriveva sempre, ma non riusciva ad avere intorno il suo giro di intellettuali, di gente come lei che potesse comprendere. Come ogni figlio assorbi le emozioni del genitore che ti sta più vicino. Sì, ho assorbito tutte le sue tensioni emotive: paure, angosce. Le ho vissute insieme a lei.”

Com’era sua madre in famiglia?

Non era certamente portata per la famiglia. Lei a suo modo metteva tutto il suo impegno, e ce l’ha messo. Aveva delle belle idee per noi figlie, ma non aveva l’indipendenza economica, non poteva decidere da sola. Si viveva con lo stipendio del marito, all’epoca le donne erano soggette ad una situazione in cui era l’uomo che lavorava e la donna faceva la casalinga. Lei ha cercato di fare sempre del suo meglio per noi. Poi forse ha tirato i remi in barca perché aveva una sua spinta predominante, anche rispetto al resto. Pensava che non potesse fare molto per la famiglia, allora si sarebbe occupata del suo sogno, del suo obiettivo di vita.”

Alda era molto religiosa come ha influito la sua religiosità nella vita stessa, l’ha aiutata?

Si. Credo che le abbia dato una bella spinta a livello vitale. I rapporti interpersonali e gli innamoramenti per una persona creativa, passionale, che ha bisogna di stimoli sono determinanti. Penso che con certe persone del clero, con tutti i limiti che può avere il clero stesso con i suoi dogmi, l’abbiano aiutata. Perché erano più istruite, più vicine ad un certo suo sapere, ad un suo modo di percepire la realtà che era anche un modo religioso, che non era razionale. Forse in quell’ambito riusciva a trovare persone culturalmente preparata che sapevano ascoltarla e rimandarle delle emozioni che non avrebbe trovato nella quotidianità quando non frequentava il circuito letterario.

Alda ha sempre scritto, tantissimo. Il suo immenso patrimonio culturale è complicato trovarlo. L’opera di Alda poetessa non si trova solo in quello  che è stato pubblicato, lei ne ha contezza?

E’ impossibile rendicontare tutto. Perché nessuno di noi figlie, conoscendo il suo modo di gestire i rapporti interpersonali, di cui era molto gelosa, e la sua prodigalità può dire che cosa ci sia in giro di nostra madre. E questo era anche il suo bello. Credo che lei abbia seminato in giro per scelta.

Tre parole per definire Alda Merini

Testarda, impavida, geniale.”

Titolo: Alda Merini, mia madre

Autore: Emanuela Carniti

Casa editrice: Manni

Pagine: 169

 

 

 

Lucia Accoto

Giornalista pubblicista, autrice e conduttrice di programmi TV. Ho la passione per la cronaca nera, per i libri e la moda, senza trascurare lo stile nelle sue sfaccettature. I libri mi accolgono sempre come una signora, posandomi sulle spalle uno scialle di titoli ed emozioni.

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