Patrizia Poli | Il respiro del fiume: la storia di una bambina orfana nell’India degli anni ’80 e del suo destino | RECENSIONE

Siamo a Benares, la città sacra che sorge sul fiume Gange, e Urmilla è solo una bambina. Nonostante il suo carattere tenace e forte, soffre molto per la sua condizione di intoccabile: figlia di un musulmano e di una indù, è precipitata anche lei – con sua madre, che ha perso tutti i suoi diritti – nell’ultimo gradino del sistema delle caste dell’India. Il padre, Ahmed – un uomo buono, che amava, ricambiato, sua madre più d’ogni altra cosa al mondo –, venne accusato della morte dello zio, e si trova in carcere a Bombay.

«Il mio nome è Urmilla» disse la bambina.

«È molto scura la tua pelle, che cosa sei, bambina?»

«Sono solo una bambina. Ed ogni giorno prego Shiva e la madre Ganga, proprio come te».

«Certo, sei impertinente».

[…]

«Mio padre ha la pelle scura come la mia perché è un intoccabile».

Il vecchio fece un guizzo. «Allora anche tu lo sei! Bambina, io non posso dividere il mio tè con un intoccabile. Mi dispiace mandarti via, ma sono un brahmani e tu contamini il mio tempio».

Quando Auda si ammala e muore, appare chiara la sorte: Urmilla è segnata. Come farà?

Proprio mentre, tra lo sguardo attonito di chi è presente – è strano che a portare a termine questo compito sia una femmina –, accende la pira che libererà la madre per sempre, capisce che la sua vita cambierà irrimediabilmente. Prova a recarsi dal nonno, il brahmani Raji, ma lui soffrì tanto per il “tradimento” della figlia Auda e vedere la pelle scura della nipote lo sconvolge, ricordandogli quelli che sono i momenti più brutti della sua vita. Pur non essendo un uomo cattivo, non riesce ad accoglierla. È quasi un sollievo quando Padre Franz si propone di portar via la ragazzina per crescerla in seno a una missione che salva i bambini dalla strada. È un cristiano, e Raji non si fida di loro, ma non c’è altra soluzione: l’anziano affida la sua unica nipote a quell’uomo, raccomandandogliela.

La ritroviamo poi, anni dopo, adulta e parte attiva in quello che è un compito arduo: ridare una vita dignitosa ai piccoli che non l’hanno avuta. Si salvano i bambini, nella missione di Rangapore, e lo si fa amandoli come figli, strappandoli a sofferenze e mutilazioni. Alla miseria di non sapere quando e come si potrà mangiare. Alla tristezza di non ricevere mai una carezza. Alcuni sono orfani nel vero senso della parola, altri solo affettivamente.

Padre Franz, suor Chandra e Urmilla si occupano della loro salute, danno loro una possibilità. Tutto, però, si complica quando arriva un giornalista italiano. Marco Ferrari, così si chiama. È livornese ed è bello e vuole sapere tutto sulla missione. Soprattutto, anche se si limita a pensarlo, vuole sapere tutto su Urmilla. Non ha occhi che per lei. Intanto, un altro uomo è innamorato della giovane intoccabile. Lei, con la sua pelle scura, con il portamento fiero, con lo sguardo di miele, ha fatto breccia nel suo cuore da tanto, troppo tempo, benché lui non possa ammetterlo nemmeno con se stesso. Non dovrebbe, giammai!, osservarla in quel modo, emozionarsi per le sue parole, sognarla, desiderarla. È vietato. Proprio per questo, è bello e giusto. Perché l’amore, quando adulto e consenziente, non è comunque mai sbagliato.

Con una scrittura fluida, Patrizia Poli ci trascina nell’India degli anni ’80, un posto dove il sistema delle caste è importante, dove povertà e miseria hanno radici forti e dove un atto guidato dal bene viene quasi guardato con sospetto, tanto è solitario.

È comunque una storia che racchiude tutto.

È una storia d’amore. Amore in varie forme. Amore carnale, amore fraterno, amore tra amici. Amore che non è amore. Amore che non sembra amore ma che lo è, veloce come una meteora. Amore che diventerà amore a breve ma che ancora è qualcos’altro.

È una storia di dolore. Il dolore di Urmilla che accende la pira. Il dolore di Padre Franz che vorrebbe ma non può. Il dolore di Marco Ferrari che insegue qualcosa e lo fa con buon cuore ma che combina un macello. Il dolore di Fatima, un tempo indù e ora musulmana triste e frustrata, che non può tornare indietro. Il dolore di Ahmed, punito per una colpa mai commessa. Il dolore di Nadine, che non vive ma sopravvive, tra droga, alcol e sesso.

È una storia di speranza, la stessa che si sente respirare nelle pagine. Quando si parla della missione. Quando si ventila l’ipotesi di un futuro migliore, diverso, più luminoso. Quando i tasselli, inaspettatamente, tornano al proprio posto.

 

Scaccia questo meschino scoramento e risorgi come un fuoco che brucia ogni cosa attorno a sé.

La Patrizia Poli de “Il respiro del Fiume” non è la stessa di “Signora dei filtri” e de “L’uomo del sorriso”. È una Patrizia acerba ma per questo non meno brava, che dà l’idea di amare l’India seppur nelle sue sfumature tristi, misere. La Poli pare conoscere come se ci abitasse da una vita quella terra così imperfetta e perfetta insieme. La Patrizia Poli che si sente nelle righe, negli spazi, nelle pagine e che racconta di Urmilla è una scrittrice che permette al lettore di immergersi nei luoghi potendoli respirare a pieni polmoni. Ci si sente come se si passeggiasse per quelle strade, si assaggiassero quei cibi, si parlasse con la gente del posto.

Intorno a lui, Delhi formicolava come ogni giorno, uguale a se stessa dall’inizio dei tempi. Sotto ogni alberello, mendicanti allungavano la mano. Torme di bambini scalzi s’affollavano intorno alle comitive di turisti. Cuccioli di cane s’insinuavano fra le gambe della gente e guaivano affamati. Con le spalle al muro, venditori di ceci arrostiti lanciavano i loro richiami, e gli accattoni ciechi si lamentavano a voce alta tendendo le ciotole vuote. Gruppi di donne, al riparo d’ombrelloni aperti, additavano ai passanti ceste colme di spezie e verdure sotto i marciapiedi. Tutto era ricoperto da una patina nera come fuliggine.

Dettagli, dialoghi, religione, discorsi più o meno filosofici, scatti d’ira, momenti di tenerezza: c’è tutto.

E vale la pena leggerlo, Il respiro del Fiume, perché lascia qualcosa di importante dentro di noi. E le cose importanti vanno custodite nel cuore, chiuse a doppia mandata.

 

Padre Franz adagiò Manu sulla legna accatastata in mezzo al cortile, accanto al cadavere di un vecchio e di un neonato. Prima di accendere il fuoco, si fermò un momento a guardare la bambina, pensando che, secondo gli indù, la morte non avviene nel momento in cui il corpo cessa di funzionare bensì sulla pira, e che la cremazione è un’offerta viva al fuoco. Forse Urmilla aveva ragione anche in questo, forse la bambina era viva ed era un sacrilegio bruciarla. O forse lui stava perdendo la ragione. […] Rimase accanto al rogo, intanto che le fiamme avvolgevano i cadaveri e li consumavano senza fretta. Pensò che la vita e la morte stanno dentro la stessa ruota e che, chi muore, alla fine davvero si incarna, in un insetto, in un albero, in un fiore. No. non era così. Chi muore va in paradiso, o all’inferno. Questo diceva la sua fede, ma lui cominciava a non crederci. Potevi cercare di mantenerti distaccato quanto volevi, ma l’india entrava nella tua anima e ti cambiava.

Federica Cabras

Ventiseienne, grande sognatrice. Legge per 12 ore al giorno e scrive per le restanti 12. Appassionata di cani, di crimine, di arte e di libri. Dipendente dalle paste alla crema. Professione, giornalista.

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