L’innocenza non esiste: il thriller di Mattia Bagnato, discepolo di King | RECENSIONE

“I mostri sono reali e anche i fantasmi sono reali. Vivono dentro di noi e, a volte, vincono” scriveva Stephen King in Shining.

Perché ho riportato una citazione del Maestro per parlare del libro “L’innocenza non esiste” – un misto tra thriller, noir e narrativa – di Mattia Bagnato?, vi chiederete. Be’, non avrei potuto fare altrimenti: Bagnato è un suo discepolo e questo suo amore incondizionato verso uno dei più importanti e prolifici e fantasiosi e spettacolari scrittori del nostro tempo si respira in ogni virgola, in ogni frase, in ogni dettaglio relativo alla vicenda, in ogni certosina descrizione dei personaggi. Lo stesso Bagnato, quando parla dei suoi gusti letterari, è chiaro: «Non leggo solo King, ovviamente, ma metà della mia libreria è al momento occupata dai suoi libri». Ma non è solo l’elemento sovrannaturale a riportare allo stile del Grandissimo – anche io sono una sua grande fan e alcuni dei suoi libri sono costante fonte di ispirazione, per me, quindi ho notato una peculiarità importante –, ma qualcosa di più. Quando leggi con cuore i libri di Stephen King – o, meglio, quando li leggi e li rileggi e li rileggi di nuovo e ancora e ancora, fino a farli tuoi –, accade un miracolo: alcuni tratti ti rimangono incollati sul cuore e si liberano poi con la penna. Lo stile di Bagnato è ricco di dettagli; le descrizioni sono accurate. Spesso, ci si ritrova dinanzi un pezzo che pare essere messo lì per caso. Lo si legge avidamente – come d’altronde ogni frase del libro – ma non si capisce la sua utilità finché tutti i punti non si uniscono, formando un disegno.

Ma entriamo nel vivo della storia.

Primo capitolo. Giorni nostri. Clara Innocence – curioso gioco di parole – si trova in carcere. La dottoressa Eleanor Page, perito psichiatrico incaricato dal Tribunale, è lì per interrogarla. Clara ha commesso un terribile crimine, questo è chiaro sebbene i riferimenti siano evanescenti. La ragazza mostra subito un carattere audace. Non sembra spaventata, è perfettamente padrona di se stessa. Non è triste, sconvolta. È… serena? Forse. Dal tono, sicuramente non scioccata né intimorita. Dopo qualche richiesta, inizia il racconto di quella che è stata la sua vita. Fino ad allora… Al carcere, insomma.

Quattro lunghe parti – intervallate da brevi capitoli dove si torna alla chiacchierata tra lei e Page – sveleranno il percorso di Clara. Com’è prevedibile, si parte dall’infanzia.

Cosa rende una ragazzina dolce, a tratti fragile, spaventata dalla vita e dagli ostacoli, una criminale? Quali fatti possono minare la serenità di una brava bambina al punto di cambiarla fino al profondo?

E soprattutto, quanto conta il posto in cui si vive?

Emerald Falls. Un nome e un sospiro, perlomeno per chiunque conosca questa cittadina dimenticata da Dio. Incarna il Male, quel conglomerato di case, e allatta le tenebre come una cagna fa con i suoi cuccioli appena nati. Le rende più cupe e lugubri. Dà loro terreno fertile per espandersi. O almeno, questo è quello che crede Clara stessa… fino a un certo punto. Perché non è mai un posto, ad agire e a marcire, ma sono le persone a incattivirsi, a fare cose insospettabili e inconfessabili, a mentire e a rubare – cuori e soldi – e a uccidere.

“Ogni città ha la propria anima, più o meno luminosa che sia, che ne pervade ogni viale, ogni cortile, ogni campanile di ogni chiesa. Può gettare ombre o rischiarare le tenebre nelle vite di chi la abita, ma in definitiva è la gente stessa a forgiarla, nel bene o nel male, a renderla quella che è. Ogni città ha la propria anima, ma quella di Emerand Falls era nera come la morte”.

È comunque lì che Clara nasce, da un padre assente e senza cuore, devoto solo ad amici e birra, e da una madre inetta, incapace di reagire alle cose della vita con carattere. Ed è lì che iniziano i guai. Veniamo nel giro di poche pagine catapultati nella vita della piccola Innocence, una ragazzina spaurita, pavida. Una ragazzina presa di mira dalle bulle della sua classe. Una ragazzina che ama la scrittura e che sogna di fabbricare storie. Una ragazzina che ha solo un’amica, Samantha, ancor più sfortunata di lei, nonostante poi le cose le si mettano meglio. Ci sono legami che nascono perché il destino stesso ha deciso che devono essere reali, diventare duri come il granito, duraturi come l’acciaio. Quello che nasce e cresce tra le due è così: indistruttibile. Sembra amore ma non lo è. Sembra amicizia ma non è nemmeno quello.

“La vita sapeva essere ironica, a volte. Stronza ed ironica. Ad entrambe piacevano gli uomini, questo era un fatto ormai assodato, ma quello che c’era tra loro non era altrettanto semplice da definire, e probabilmente nemmeno loro due sarebbero state in grado di spiegarlo. Non che avessero mai dovuto renderne conto a nessuno, grazie al cielo: anche se non se ne vergognavano, sapevano come cose del genere venivano viste dalla stragrande maggioranza delle persone. Lesbiche, avrebbero detto, e le avrebbero additate come streghe negli anni bui del Medioevo, ma loro non avevano mai amato altra donna all’infuori della migliore amica. Cosa erano, allora? Ma poi, bisognava davvero appiccicare un’etichetta addosso a ciò che provavano? Si amavano, e tanto bastava. Forse erano anche ossessionate l’una dall’altra, ognuna a modo proprio, ma a loro non importava”.

Mille problemi, mille pensieri, mille colpe… Perché nessuno è innocente, no? Aggiungerei un bel “quasi”, però. Ecco: quasi nessuno è innocente, no? Proprio come si legge nel titolo, quasi tutti hanno una propria colpa. O più d’una, talvolta.

Clara è colpevole. Se ognuno è artefice del proprio destino e se è vero che non è già tutto scritto e pronto per noi a partire dal primo vagito, be’, lei sì che è colpevole. Perché sì, giustissimo, niente da dire sul fatto che non si scelga dove e da chi nascere, ma si sceglie cosa diventare. E lei fa tante di quelle scelte sbagliate che il libro potrebbe scriverlo su questo. Ma siamo umani, no? Sbagliamo, ci pentiamo – non sempre, a rigor del vero – e ci sbucciamo le ginocchia cadendo sul sentiero della vita. È così, non ci possiamo fare nulla.

È colpevole Bobby. E, aggiungerei, il lettore esulta, a un certo punto della storia. Con un brivido, s’intende, ma in modo entusiasta.

È colpevole Albert. Martha. È colpevole Smitty, caduto in basso più volte. È moooolto colpevole Alan Bronson, che ha alimentato il Male umano di Emerald Falls.

Una miriade di colpevoli, insomma.

Due sono le persone che, in questo libro, secondo me – in maniera comunque umana, eh – sono senza macchia: Sammy e Eveline Green. Eccole. Due angeli in mezzo ai demoni. Due anime pie in mezzo al marasma di bassezza. Due puntini bianchi nel nero. Determinanti entrambe per la storia.

Nel complesso, e smetto di parlarne per non spoilerare, un bel libro. Completo. Avvincente. Che tiene incollati fino alla fine. E si prega per Clara, mentre si legge, e per Sammy e per chiunque abbia sul petto un macigno. Dalle mie parti, si dice che ognuno ha la sua croce. Questo vale sempre e comunque. Sì, vero, ma alcune sono troppo gravose. Come quella delle due ragazzine prima che diventassero adulte, ad esempio. E non è questione di innocenza, quella latita, spesso e volentieri, ma di umanità.

Nessuno è innocente, ed è meglio così, in certi casi. 

Federica Cabras

Ventiseienne, grande sognatrice. Legge per 12 ore al giorno e scrive per le restanti 12. Appassionata di cani, di crimine, di arte e di libri. Dipendente dalle paste alla crema. Professione, giornalista.

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