“La prima volta avevo sei anni” di Isabelle Aubry

La violenza di un padre sulla propria bambina

Isabelle Aubry nasce sfortunata. La sua giovane mamma è troppo impegnata a uscire per fare baldoria per preoccuparsi di quel fagottino dolce. Suo padre è un violento, un arrogante sociopatico e narcisista con in mente solo se stesso. La bambina è costretta a trascorrere i primi anni della sua vita da sola, a occuparsi di sé come un animale. A rassicurare l’animo della bambina, di tanto in tanto, i nonni – che comunque non si rendono minimamente conto della gravità della faccenda.

Ha solo sei anni, Isabelle, quando il padre mette su di lei i suoi occhi pedofili. La violenza inizia allora. Il racconto della Aubry è la cronaca di un abominio. Ci vuole stomaco, per continuare la lettura, stomaco e forza di volontà; fa più comodo non vedere fino a che punto un uomo si può spingere. Un padre non dovrebbe mai guardare sua figlia con quegli occhi, a maggior ragione se sua figlia è solo una bambina. Le violenze all’ordine del giorno, le angherie, i tormenti: la povera Isabelle vive sul filo di un rasoio.

Pochi anni dopo, i genitori si separano. Lei rimane con il padre. Allora, il male peggiora. Il padre ha un ampio progetto in mente, un progetto che comprende altri uomini e altre donne.

Isabelle per un paio d’anni conduce una vita che fa rabbrividire. Di giorno a scuola, brava scolaretta. Ride e scherza con i suoi compagni di classe, ignari delle sue occhiaie e della sua stanchezza. Prova a ritagliarsi un triangolo di vita felice, lontana dal sesso e dalle persone che la toccano. Ha solo dodici anni, non può nemmeno capire fino in fondo a quanta violenza sia sottoposta; quello è suo padre, di lui si fida e gli vuole bene, benché odi il modo in cui la tocca. Di notte, orge e letti grandissimi – quanto grandissimo è l’orrore che nascondono – e persone squallide che si approfittano di lei. Nemmeno con tre docce potrebbe mai lavare lo schifo di quei pedofili, di quegli animali, di quei mostri. Lei sa che i padri non devono fare certe cose con le figlie, ma è poco più che una bambina. Si fida di chi l’ha messa al mondo. Sta zitta, subisce, sperando che tutto possa avere una fine.

Fortunatamente, una vicina di casa nota qualcosa. Isabelle si è affezionata a lei, passa a casa sua molto tempo. Lei, madre di famiglia, si accorge subito dell’anomalia: Isabelle viene trattata dal padre come una moglie, non come una figlia. Come è possibile che dormano insieme? si chiede la donna. Piano piano, con dolcezza, riesce a far parlare la ragazza. La donna è allibita, nemmeno nei suoi incubi peggiori poteva delinearsi lo scenario che quell’adolescente triste le sta raccontando. Grazie a lei, la faccenda verrà rivelata.

A quel punto, però, per Isabelle, comincia un nuovo calvario. È costretta a rivivere quei momenti mille volte, davanti a dottori, giudici e avvocati. La sua parola viene messa in dubbio. Viene umiliata e violentata anche dalla giustizia che dovrebbe proteggerla.

Droga, alcol, prostituzione: la sua psiche mostra i danni di quel passato così burrascoso, così sbagliato.

Con lei affrontiamo un percorso di morte e di rinascita. Con lei, con le sue parole quasi moriamo. Con lei piangiamo e soffriamo.

Oggi, Isabelle è una donna diversa. Donna dell’anno in Francia nel 2010, ora è Presidente dell’associazione internazionale per le vittime di incesto. È riuscita a sconfiggere il male. Un male che racconta moto, molto bene nel suo libro.


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Federica Cabras

Ventiseienne, grande sognatrice. Legge per 12 ore al giorno e scrive per le restanti 12. Appassionata di cani, di crimine, di arte e di libri. Dipendente dalle paste alla crema. Professione, giornalista.