Il cacciatore…di ascolti: innovazione e successo per la nuova serie tv di Rai Due

Da mafioso a “cacciatore di mafiosi” è un attimo. Forse un gioco di parole con il titolo del libro da cui è ispirata la serie tv, o un segno del destino per la carriera di Francesco Montanari, alias Achille Ferro di ‘Squadra Antimafia’ e Saverio Barone de “il cacciatore”. Entrambi nomi di fantasia – seppur il secondo rimanda ad un noto PM di Palermo (Antonio Sabella) – che si trovano praticamente agli antipodi dell’esperienza cinematografica crime dell’attore romano – bagnata dall’esordio malavitoso nei panni del ‘Libanese’. Pure gli stili di recitazione cambiano notevolmente: dall’eccessiva melodrammaticità della Taodue,  Francesco Montanari è passato al laboratorio espressivo e fotografico di Rai Fiction e Cross Productions. E’ giunto in pratica ad un copione diverso, in termini stilistici e tecnologici,  per affrontare il tema della mafia, lungi dalla stereotipizzazione dei luoghi comuni.

Per raggiungere tale obiettivo, i registi Stefano Lodovichi e Davide Marengo  hanno innanzitutto pigiato il tasto ‘forward’ nel telecomando della storia criminale italiana del ‘900, superando i dolori delle stragi di Capaci e Via D’Amelio – riproposti come report giornalistico iniziale –  per gettarsi nella delicata fase della riorganizzazione mafiosa del 1993.  Infatti si assiste gradualmente alla presentazione, in stile fumettistico, di mafiosi all’epoca rinomati, da Leoluca Bagarella (David Coco) a Giovanni Brusca (Edoardo Pesce), passando per  Matteo Messina Denaro, Nino Mangano (Claudio Castrogiovanni) e Mico Farinella (Giulio Beranek) che finiranno sotto la lente d’ingrandimento del pool dell’antimafia, in cui presiede anche il giovane Saverio Barone.

– “Un impianto visivo crudo, sporco, oscuro, accompagnerà il racconto di un percorso che parte dalla luce e conduce nell’ombra più fitta.” –

Dalla natura ambiziosa e ‘predatrice’ sin dalla giovane età (riproposta in flashback), Saverio Barone fa emergere sin da subito la qualità di traino dell’intera fiction: l’onestà e il coraggio. Sono proprio questi aspetti, messo in risalto con la denuncia al Procuratore Capo di Termini Imerese per collusioni con la mafia, che catturerà l’attenzione di Andrea Elia (Roberto Citran), a tal punto da integrarlo nel suo pool antimafia alla sola età di 30 anni. Ma dalla luce dell’opportunità di carriera al buio della paura è un attimo: “questa è la storia di una discesa all’inferno”, preventivavano i registi durante la presentazione stampa, con quel tono dantesco che lo stesso Saverio avrebbe ripreso nelle prime scene della serie tv e accompagnato per l’intera stagione.  Finora questi inferi sono stati foggiati sotto forma di torture e di ‘gironi’ controversi. Il desiderio di un figlio di Bagarella con la moglie, la speranza del giovane autista Tony Calvaruso (Paolo Briguglia) di non sporcarsi le mani col sangue ed il forte clima di rivalità nella Procura sono dettagli scarni e realistici che rendono umani tutti i soggetti in scena, quasi invertendo il dualismo tradizionale buoni-cattivi.  Ma il martellamento della spietatezza mafiosa riaffiora attraverso colpi di scena improvvisi, dagli omicidi intimidatori per i poteri forti alle minacce fisiche per i cittadini, senza dimenticare il rapimento del figlio del pentito Santino Di Matteo. Quest’ultimo però è un racconto così tristemente noto che i registi non hanno voluto affondare il colpo sul drammatico epilogo, sensibilizzando con una semplice frase innocente del piccolo Giuseppe, forse la più eloquente – dopotutto “l’Italia era in guerra”, come ha annunciato inizialmente il ‘cacciatore’ Francesco Montanari”, e i 2 milioni  483 mila spettatori davanti allo schermo (10.3% di share), non debbono per forza vedere ogni crimine nei minimi dettagli!

Come si spiega tutto questo clamore corrisposto con una buona risposta del pubblico sotto forma di share su Rai2 e Rai Play e commenti positivi per un’altra serie tv di mafia? Perché ‘Il cacciatore’ ha saputo dosare bene l’effetto narrativo alla realtà, offrendo allo spettatore la possibilità di conoscere più a fondo le dinamiche di un periodo trascurato cinematograficamente, attraverso lo scardinamento delle semplici azioni accadute. E retto alla perfezione da un’opera scenica di grande rilievo di Francesco Montanari.


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Luca Fortunato

Nato con la 'penna' all'ombra del Colosseo, sono giornalista pubblicista nell'OdG del Lazio. Accanto alle cronache del mio Municipio con il magazine La Quarta, alterno le mie passioni per la musica e il calcio, scrivendo per alcune testate online (M Social Magazine e SuperNews), senza dimenticare il mio habitat universitario. Lì ho conseguito una laurea triennale in Comunicazione a La Sapienza e scrivo per il mensile Universitario Roma. Frase preferita? "Scrivere è un ozio affaccendato" (Goethe).

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