“Amo un Gigolò” di Chiara Minore | RECENSIONE

I conti non tornano. Nei sentimenti, poi, men che meno. Puoi buttarti a capo fitto in relazioni poco convincenti, ti ostini a pensare che le cose possano cambiare. Invece, cambi tu. Cambi la priorità delle cose, delle persone, delle situazioni. La strada è a senso unico, dritta perché ti sei dato un obiettivo: continuare ad amare. Perché poi se i conti non tornano? Diverse le variabili, per non stare solo, per riempire un vuoto, per non far vedere agli altriun‘assenza. La mancata continuità di un rapporto di coppia, per chi non è abituato a stare solo, è destabilizzante. Guasta l’animo e le giornate, infiacchisce anche i pensieri. L’umore diventa cupo, grigio. Da qui a pagare qualcuno per un po’ di compagnia, di spensieratezza, ce ne passa. È vero che si abbattono le difese, che crollano le ansie, ma quella libertà a cui hai fatto spazio nella testa e nella scelta di fare ciò che ti pare è inversamente proporzionale alla tua genuina ed ingenuità di pensiero. Ogni parola, ogni gesto che ti viene dato dal gigolò è frutto di un tornaconto, di un conto che hai aperto per un amore pagato. Le belle parole che senti, da chi hai cercato, hanno il profumo dei soldi. Più paghi e più saranno belle. Dalla tua hai la libertà, dalla sua hai un dovere, un compito. Ed a conti fatti, le cose non tornano. I conti, poi, lasciamo stare. Vuoto a perdere. Ma almeno non perdi la faccia per il tuo senso di condivisione, di non sentirti sola perché la libertà vera non ha prezzo.

Il romanzo Amo un Gigolò di Chiara Minore è una breve storia introspettiva, almeno così l’ho intesa. E forse sono stata generosa anche nelle intenzioni. Il racconto di una donna, un medico, che paga un gigolò per avere qualcuno con cui uscire, passare qualche ora insieme, si riduce a poca cosa, alla stessa richiesta. Chiedere e ricevere, pagare ed avere. Ricevere e basta. Dare, quello che vorrebbe l’altra parte, quello mai. Certo, c’è anche un po’ di tormento interiore, ma più che altro è un piccolo acquazzone.

Asettico lo stile narrativo. Asettico, nell’insieme, il romanzo. È azzardato ed improprio, tra l’altro, chiamarlo romanzo. È un testo per lo più messagistico. Una cronaca di messaggi scambiati, e il testo in sé non è connotato da una scrittura sciolta. È spezzata, acerba, vuota.    

Lucia Accoto

Giornalista pubblicista, autrice e conduttrice di programmi TV. Ho la passione per la cronaca nera, per i libri e la moda, senza trascurare lo stile nelle sue sfaccettature. I libri mi accolgono sempre come una signora, posandomi sulle spalle uno scialle di titoli ed emozioni.

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