Squid Game, oltre la violenza: i motivi del successo dell’ormai eterna serie tv sud-coreana

Alla fine ci son cascati tutti, per curiosità o semplicemente influenza sociale: Squid Game è, vuoi o non vuoi, la parola chiave di questo ultimo strascico di 2021, desiderio recondito di collettività in barba alle barriere Covid, fino alla morte. Nonostante gli allarmi di centinaia di genitori, portavoci involontari della spirale di popolarità, la serie tv sud-coreana lanciata da Netflix abbatte secondo dopo secondo ogni record, con incassi da capogiro (si stima poche settimane fa di aver raggiunto i 900 milioni di dollari su un prodotto lanciato con un costo di circa 21,5) e indici di views sempre più proiettati alla completa capillarità demografica (si son superati già i 144 milioni di utenti, circa 2/3 della platea virtuale). Ma da cosa deriva questa impennata, capace di oscurare fenomeni mondiali come “La casa di carta”, “Stranger Things” o “Bridgerton”? Probabilmente una concatenazione di eventi, dal contesto esterno al talento scenografico, fino a quella corrente realista che ha avvicinato tutti noi al mondo orientale.

Si parte inevitabilmente dal secondo evento più importante negli ultimi decenni dopo la globalizzazione: la pandemia. Perché la gente, nonostante si stia riappropriando della vita sociale, si è sempre più avvicinata a queste piattaforme streaming, in cerca di un alleato ‘a distanza’ che sapesse in un certo senso allontanare paure e stress. E qui Netflix, con un catalogo a portata di user, ha dato soluzioni, costruendo sempre più scenari distopici dove nascondersi, trovando con la clausura forzata proprio l’anello di congiunzione in grado di chiudere il cerchio. Mondo lontano, giochi da bambini proibiti dal distanziamento, personaggi uniti appunto per la sopravvivenza: ingredienti universali che fanno breccia pure per la semplicità a tutti i tipi di target.

In secondo piano si scorge l’opera mastodontica degli scenografi, capaci di esaltarsi con colori e spazi proprio conoscendo quella fetta di curiosi pronti a sviluppare fan-fiction mentali (e talvolta scritte). Fra riferimenti reali, dalle scale quadridimensionali di MC Escher, alla complessa rete di tunnel tra l’arena, il dormitorio e l’ufficio amministrativo a memoria delle colonie delle formiche, fino alla bambola ispirata a Younghee, un personaggio apparso sulle copertine dei libri di testo coreani negli anni ’70 e ’80, e astratti, dall’isola sperduta al dead-show dove cadono vittima i protagonisti, si è riusciti in pratica a creare un universo di remota conoscenza (Hunger Games, per citarne uno), che però si sposa con dettami filosofici di facile lettura.

Con essi entriamo nel terzo fattore, quello culturale, che facilita la chiave del successo: la disperazione economica. Rispondendo positivamente alla cosiddetta frase “Faresti di tutto per i soldi?”, i personaggi sono consapevoli della morte, negando nella maggior parte dei casi i sentimenti collettivi, dimostrando prepotentemente la logica darwiniana di sopravvivenza, fino a macchiarsi di atti deplorevoli. Noi rimaniamo attoniti, a domandarci se saremmo capaci di arrivare fino a quel punto, senza però mai aver annusato quello status. A regalarci questa parte ci pensa il protagonista indiscusso, Seon, che mantiene un’integrità morale invidiabile, giungendo al traguardo con atroci sofferenze nell’animo ma anche le tasche piene.

Insomma Squid Game non è solo violenza, ma anche un laboratorio emozionale che piace proprio per la sua unicità, dignitosamente in lingua locale.

Luca Fortunato

Nato con la 'penna' all'ombra del Colosseo, sono giornalista pubblicista nell'OdG del Lazio. Accanto alle cronache del mio Municipio con il magazine La Quarta, alterno le mie passioni per la musica e il calcio, scrivendo per alcune testate online (M Social Magazine e SuperNews), senza dimenticare il mio habitat universitario. Lì ho conseguito una laurea triennale in Comunicazione a La Sapienza e scrivo per il mensile Universitario Roma. Frase preferita? "Scrivere è un ozio affaccendato" (Goethe).

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