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“Filottete ovvero I vuoti ancora da sfamare” di Grazia Procino | RECENSIONE

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Gli occhi, non sempre, incrociano altri occhi. Sguardi negli sguardi per raccontarsi. I silenzi sono spazi e misurano distanze. La solitudine ha una sola voce, la propria. Parla sino allo sfinimento nel mutismo del dispiacere. Nessuno ti cerca e se chiami nessuno ti ascolta, veramente. Senti il peso del vuoto, ha il colore della notte. Sei risucchiato nella voragine dell’isolamento che tiene lontano ogni allaccio con gli altri. I colori non esistono più, l’umore cala e gli stati d’animo si gonfiano sino a rompere gli argini della tristezza. Quando si tocca il fondo, se si ha la forza per virare verso il blu, recuperi ossigeno. Ti rendi conto che devi allungare lo sguardo verso qualcosa di nuovo, di diverso. Devi avere coraggio, per uscire dalla tua tana. Privarsi delle emozioni, dell’amore, delle incombenze del giorno, per una solitudine che ti incastra sino al respiro più sofferto ti porta a fare più fatica nella ruvidezza della vita. Nell’essere abbandonati, piantando i piedi nella solitudine del tormento, senti il freddo che copre anche il calore del pianto. Diventi ombra, linea, fuscello e poi tempo. Quello che chiedi a te stesso per riprenderti, per tornare a vivere come si deve e come conviene ad ogni uomo. 

In Filottete ovvero I vuoti ancora da sfamare di Grazia Procino percorri i passi dell’eroe greco. Le sue sventure non lo rimpiccioliscono nella sua grandezza di condottiero. L’arciere non si arrende e, se pur nelle mani del dolore che lo attanaglia nella sua forza, trova il modo di porre un limite alla sofferenza. Il coraggio aiuta, salva. Se ce l’hai sentirai meno la fatica.

Il poemetto è intenso. I versi sono delicati, intimi, eleganti. La scrittura è affascinante, conquista il lettore in ogni suo respiro.    

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