Marco Mengoni a Roma: luci 70’s ed emozioni inedite per il suo primo stadio “casalingo” | REPORTAGE

“Hola..Roma!”: entriamo dritti nel cuore del concerto di Marco Mengoni, avvenuto ieri sera in uno strabordante Stadio Olimpico per il breve tour #MarcoNegliStadi. Lo vogliamo fare con un’istantanea centrale, atemporale, mentre eravamo persi nelle luci psichedeliche lanciate da quel palco 70’s creato ad hoc con la Black Skull e con le orecchie ormai in piena armonia con la voce eterea del cantautore di Ronciglione, dopo aver già assistito a vari cambi d’abiti e soprattutto a tante urla rasenti l’afonia dei circa 40.000 fan dello Stadio, dal parterre fino ai seggiolini più alti di curve e tribuna. Marco, in tale istante, si era adeguato all’aria da clubbing, con un white dress in grado di catalizzare cromaticamente tutti i suoni verso la purezza, caratterizzata da un’estensione vocale quasi impareggiabile. Attorno a lui fiamme e coriandoli fronte palco pronti a esplodere nei momenti clou, una passerella di 24 metri dal quale emergeva meccanicamente un cubo estensibile verso l’alto sul quale Marco ha cantato dentro e fuori e ai lati due led wall che avvaloravano ogni passo, ogni accordo, ogni parola scelta per la “sua casa” finalmente ritrovata dopo 2 anni. “Se sono arrivato qui dopo 15 anni è solo per colpa vostra”, ha detto ridendo quel giovane Marco che aveva bagnato soltanto pochi giorni fa l’esordio con un tutto esaurito a San Siro in completo stato agitativo, ma che ieri sera, nonostante la paura di fare un disastro, si sentiva a casa, felice e circondato da amore dei suoi concittadini.

“Roma per me è stata l’inizio di tutto, basti pensare che sta a 45 minuti da casa mia e che qui avvenne il primo contatto importante con la musica. E da qui, di fronte a voi, non posso che augurare che le passioni, come quella che sto vivendo io guardandovi, possano realizzarsi per voi allo stesso modo“.

“Umiltà, rispetto e talento: Marco ha portato in scena lealtà, impegno civile e coerenza artistica che piace assai anche a colleghi prestigiosi che sono saliti assieme a lui sul palco: dalla Madame con cui ha intonato “Mi fiderò” al cosiddetto messer Giuliano Sangiorgi fino all’amato Gazzelle con i quali ha riarrangiato rispettivamente “Solo due satelliti” e “Il meno possibile”. E’ mancata soltanto Giorgia ma è stata compensata dalla sua best band ever composta da Peter Cornacchia (chitarre), Massimo Colagiovanni (chitarre), Davide Sollazzi (batteria, batterie elettroniche), Benjamin Ventura (pianoforte, piani elettrici, synth), Leo Di Angilla (percussioni, ritmiche elettroniche), Adam Rust (organo, synth), Moris Pradella (backing vocalist, direzione cori, chitarra acustica), Yvonne Park (backing vocalist), Elisabetta Ferrari (backing vocalist), Nicole di Gioacchino (backing vocalist), a cui si aggiungono durante alcuni brani Francesco Minutello (tromba), Alessio Cristin (trombone), Elias Faccio, tutti sotto la direzione di Giovanni Pallotti. Un team molto esteso capace di creare un meta-concerto nei momenti di pausa, inscenando un medley gospel e soul, capace di non spezzare l’incantesimo di 2 ore. Assieme a loro, idealmente, i volti di iconiche trasmissioni televisive e radiofoniche degli anni ’70 che apparivano dai led, per incapsulare tutta l’esperienza in un passato amarcord legato a rock, new wave e soul.

La scaletta di ben 27 canzoni è proceduta senza ordine cronologico, bensì per affinità musicali ricreate anche ad hoc per questa nuova esperienza lontana dai palazzetti: si passava vertiginosamente da “L’Essenziale” con un’anima sicuramente più black al tribalismo accentuato di “Onde”, fino al funk di “Io ti aspetto” e la ballad più tropicale “Buona vita”, senza scordare l’impattante rock di “Credimi Ancora” e “Psycho Killer” .

Insomma un flusso eterogeneo di momenti musicali, partito dall’emblematica “Cambia un uomo” col quale Marco Mengoni ha aperto il concerto proprio fronte palco, dal corridoio del parterre. Un’entrata, anch’essa coerente, dopo i fotogrammi lanciati di vecchi live e riprese dal backstage, che avvalora ulteriormente la necessità di questo artista, o meglio di questo “guerriero” per il titolo degnamente conquistato nella sua Roma, di essere una forza inesorabile attraverso la bontà e il talento.




Luca Fortunato

Nato con la 'penna' all'ombra del Colosseo, sono giornalista pubblicista nell'OdG del Lazio. Accanto alle cronache del mio Municipio con il magazine La Quarta, alterno le mie passioni per la musica e il calcio, scrivendo per alcune testate online (M Social Magazine e SuperNews), senza dimenticare il mio habitat universitario. Lì ho conseguito una laurea triennale in Comunicazione a La Sapienza e scrivo per il mensile Universitario Roma. Frase preferita? "Scrivere è un ozio affaccendato" (Goethe).