“La ciociara” di Alberto Moravia | RECENSIONE

La guerra cambia i volti e gli animi degli uomini. Alcuni restano tali, altri diventano bestie. La narrazione dell’orrore passa dagli sguardi dei sopravvissuti, occhi di paura i loro, da ciò che hanno visto e vissuto. In guerra non si è più come prima. Si impara a vivere di nuovo, dopo essere morti nell’anima. Chi scampa alle bombe, ai fucili, ai rastrellamenti, alla fame, si porta dentro un mondo carico di tutto e di niente. È indicibile la violenza, insopportabile il dolore, labile la speranza. Si può immaginare la crudeltà che sibila ad ogni avanzata, ma non si può capire, neanche se ci stai dentro. Occhi aperti e anche diffidenza. Tanta. Ci si aiuta guardandosi, però, a vista. In guerra non ci sono regole, tutto si sgretola, morale compresa. Gli amici possono diventare nemici per un tozzo di pane, gli sconosciuti possono pensare di fare di te ciò che gli fa comodo. La catena umana scatta quando l’insensibilità non è stata fagocitata dal brutale istinto di sopravvivenza che può mettere a rischio la vita altrui per salvare la propria.  

In La ciociara di Alberto Moravia finisci nella visione dell’esistenza distrutta dalla guerra, dalla Seconda Guerra Mondiale. L’illusione della salvezza è osteggiata dal dolore. La sofferenza è enorme di chi combatte al fronte e di chi resta pur consumandosi nella speranza di sopravvivere. Cesira, contadina della Ciociaria, lascia Roma per raggiungere Fondi. È spavalda, coraggiosa, ha i soldi. Aggiusta tutte cose per sé e per sua figlia Rosetta, ma all’imprevedibile non può metterci mano. Non può nulla, per se stessa e per la creatura sua. 

Il romanzo è un capolavoro. La ciociara è un libro sofferto, amato. Tutti dovrebbero leggerlo pur avendo visto il film diretto da Vittorio De Sica che vede una grande  Sophia Loren nei panni di Cesira, la protagonista principale.  

Redazione

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