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La Storia che non cambia e ci lascia ancora spaesati | RECENSIONE

Nuovo anno, medesimi insegnamenti: la Rai battezza il 2024 con una serie senza tempo, “La Storia”, tratta dall’omonimo romanzo di Elsa Morante col classico scopo pedagogico che la caratterizza dalla sua nascita. Stavolta però l’investimento è stato alto, con una cifra record di quasi 20 milioni di euro spesi, così come le aspettative del pubblico su una trasposizione vista molti anni addietro con un volto iconico come Claudia Cardinale. E per fortuna il primo obiettivo è stato raggiunto, in tutti i sensi. A partire dallo share che la incorona regina della serata con i suoi 4 milioni e mezzo di spettatori, fino ai commenti entusiasti sulle piattaforme social che evincono una soddisfazione generale per un prodotto editoriale di successo, da sempre stato controverso, fra chi ne idolatra i protagonisti e chi ne critica la loro rassegnazione.



Francesca Archibugi, seduta alla regia dopo altrettante prove valide negli anni, riesce proprio a non far perdere l’intento di Elsa Morante, mostrando una storia asciutta, senza senso di compassione e di commiserazione, con un occhio cinico ed esterno a tratti spaesante. Mettendo in mano a Jasmine Trinca il compito più arduo di impersonificare la giovane vedova Ida, la regista fa scorrere molto bene la narrazione, mettendo in scena gli eventi tragici personali con quelli spietati della Storia, senza puntare alla completa profondità dei personaggi in scena. Dà modo in pratica di avere uno sguardo da studente su quella Roma assuefatta dal Fascismo, fino a quel fuoco che scatterà con la Resistenza. E in quel caso la Storia si muove attraverso le orme di un protagonista esuberante, Nino (Francesco Zenga), che dapprima esalta e poi lapida l’idea di quel potere che ci ha trascinato nella Seconda Guerra Mondiale, alla ricerca di una luce che poi non raggiungerà completamente. Soltanto bagliori fiochi gli arrivano da quell’anomalo Useppe, nato dalla violenza fra Gunther e Ida e sorgente inconsapevole di amore per tutti. Di lui si innamora perdutamente infatti il fratellastro Nino, così come il partigiano Eppetondo (Elio Germano) e mamma Ida che si priverà di ogni cosa pur di garantirgli salute e sopravvivenza sotto le macerie della guerra.

Un dono “maledetto” in pratica che ci crea visivamente più empatia di tanti altri personaggi, mai del tutto psicanalizzati dalla scrittrice. La stessa Ida rappresenta il terrore occulto, vittima di un segreto (legato alle sue origini ebraiche da dover preservare a tutti i costi) che la fa vivere sempre con sospetto col mondo intero. Un muro che si sgretola soltanto con l’oste Remo (Valerio Mastrandrea), che riesce a porsi come “capo quartiere” con la sua bontà e il suo altruismo. La sua osteria è rifugio durante i bombardamenti, ma anche luogo sociale dove si esorcizzano insieme le paure e purtroppo si concentrano. Lì infatti si presenta il “demone” Gunther, personaggio anch’esso controverso e vittima di un sistema superiore troppo opprimente. E’ lui che violenta ma al tempo stesso è perduto nella sua solitudine, è lui che si ubriaca ma poi muore sotto i colpi di una guerra che fino a prova contraria non lo coinvolge. Ennesimo esempio di un personaggio sconfitto dalla Storia che in quegli anni ha raso al suolo ideali di pace di generazioni trasversali, facendole capitolare in incubi. E che forse noi, pur mettendoci tutta la concentrazione, non riusciamo ancora a cogliere completamente, non avendolo (per fortuna) vissuto.

Luca Fortunato

Nato con la 'penna' all'ombra del Colosseo, sono giornalista pubblicista nell'OdG del Lazio. Accanto alle cronache del mio Municipio con il magazine La Quarta, alterno le mie passioni per la musica e il calcio, scrivendo per alcune testate online (M Social Magazine e SuperNews), senza dimenticare il mio habitat universitario. Lì ho conseguito una laurea triennale in Comunicazione a La Sapienza e scrivo per il mensile Universitario Roma. Frase preferita? "Scrivere è un ozio affaccendato" (Goethe).

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