“L’amico ritrovato”, il dramma di un’amicizia per sempre

“Centinaia di grossi volumi sono stati scritti sul tempo in cui i corpi venivano trasformati in sapone per mantenere pura la razza ariana, tuttavia credo che questo smilzo volumetto troverà una sua collocazione duratura negli scaffali delle librerie”, scrive Arthur Koestler nell’introduzione al libro “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman. Lo definisce non un romanzo, né un racconto; piuttosto, una novella.

In poco meno di cento pagine Uhlman ci fa capire l’abominio che portò alla morte persone innocenti, colpevoli di essere considerate diverse da altre più degne di stare nel mondo: le persone pure, gli ariani, privilegiati, il cui sangue è nobile e chiaro, incontaminato.

Nonostante il sangue sia per tutti del medesimo colore, il corpo sia strutturato analogamente in tutti gli individui e la mente sia composta in ogni essere umano da un cervello, sono sei milioni gli ebrei che perirono nei modi più abominevoli e infami, per l’alterigia di individui i quali, partorendo verità tanto incongruenti quanto false, riuscirono a fare delle loro teorie una sorta di Bibbia alla quale altri individui senza coscienza né cuore aderirono.

Hans è un sedicenne ebreo; ancora la tempesta nazista non si è abbattuta su Stoccarda e lui può vivere una normale vita da adolescente. Frequenta il “Karl Alexander Gymnasium”, si impegna il poco che basta per avere una media sufficiente. Non si distingue dalla massa informe dei suoi compagni. Ma una mattina del febbraio 1932 cambia tutto, la sua vita, persino.

“Da allora è passato più di un quarto di secolo, più di novemila giorni tediosi e senza scopo, che l’assenza della speranza ha reso tutti ugualmente vuoti; giorni ed anni, molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito”, scrive Uhlman, nella prima pagina della sua novella ispirata ai suoi stessi ricordi passati.

Ed è qui che comincia una storia che si introdurrà nell’anima del lettore, per non lasciarla mai più.

Il protagonista ricorda tutto di quel giorno: gli odori, le pose dei compagni, le macchie sulle pareti dell’aula scolastica, perché quel giorno fu un giorno particolare: quel giorno conobbe l’amico che mai avrebbe dimenticato.

Entrò un ragazzo: la prima cosa che colpì tutti fu il suo portamento eretto, senza esitazioni, e gli abiti di ottimo taglio che ben poco collimavano con quelli del resto della classe, sgualciti, cuciti, macchiati, vecchi. Tutti furono incantati da questo giovane e il nostro protagonista sentì un bisogno innaturale di conoscerlo, nonostante il timore che, solo a guardarlo, gli incuteva.

Ma chi era questo giovane incarnante la perfezione?

“Il giovane si alzò e disse – Konradin, conte di Hohenfels, nato a Burg Hohenfels, nel Wurttemberg il 19 gennaio 1916 – annunciò. Poi si sedette.”

Una famiglia nobile, dagli antenati conosciuti da tutti: le imprese della famiglia erano più note di quelle di Scipione l’Africano, Annibale o Cesare. Tutti ambivano alla sua amicizia, ma nessuno tentava un avvicinamento. E il nostro protagonista non era certo immune al fascino di questo nuovo, famoso, ineccepibile compagno di classe.

“Sono certo che nessun innamorato guardò mai Elena di Troia con altrettanta intensità, né fu più conscio della sua inferiorità”, scrive Uhlman.

Hans fece di tutto, cercando di non sembrare troppo sfacciato, per farsi notare finché, un giorno, ci riuscì.

Da allora diventarono inseparabili, ed a poco a poco la nuvola che rendeva Hans insicuro di sé si dissolse. Erano solo due semplici sedicenni. Amavano passeggiare, e parlare.

Le loro adolescenziali chiacchiere si soffermavano anche sulle ragazze, che loro consideravano esseri di assoluta purezza a cui bisognava accostarsi con ardore cavalleresco ed adorazione distante.

Lo invitò nella sua casa e se i suoi genitori furono, il primo giorno, un po’ troppo agitati dalla presenza di un rampollo nobile nella propria dimora pian piano fecero l’abitudine a questa strana ma pura amicizia.

Anche Hans andò qualche volta a casa di Konradin, ma si accorse, con rammarico, che i genitori erano sempre assenti. Non osava chiedere a Konradin il motivo, ma gli adolescenti sono svegli, e fece una propria congettura, convalidata tristemente da un’ occasione formale nella quale Konradin, accompagnato dai genitori, fece finta di non vedere Hans e la sua famiglia.

A questo punto la verità saltò a galla: la madre di Konradin era dalla parte di Hitler e non tollerava gli ebrei. Fu un colpo, forte, troppo forte per un sedicenne che forma il suo carattere e si affaccia alla vita.

La loro amicizia continuò, per un poco almeno. Presto iniziò a diffondersi la teoria ariana, ed Hans dovette pagare un grosso prezzo: i professori lo ignoravano, la scuola parlava di lui, per strada le occhiate erano cattive, presuntuose. Alcuni avevano appuntata sul vestiario una svastica d’argento. Fu allora che i genitori presero la decisione di mandare Hans in America, da alcuni parenti, per salvarlo dalla terribile catastrofe che si apprestava ad arrivare. Loro non volevano partire.

“Colui che vive presso le sue origini è riluttante a lasciarle”.

Una lettera d’addio del suo caro, adorabile amico lo lasciò senza fiato: disse di volergli bene, ma che credeva in Hitler e confidava che un giorno il Fuhrer avrebbe saputo distinguere gli ebrei di valore dagli indesiderabili, e allora lui sarebbe potuto tornare a casa. Queste parole furono come una mazzata per il povero Hans che, ferito per sempre, partì per l’America. Poco dopo, appreso il suicidio di ambedue i suoi genitori, promise a se stesso che non avrebbe mai più avuto a che fare con i tedeschi, e con la Germania.

Studiò legge ad Harvard, si sposò e divenne un uomo di successo sebbene avesse il costante rammarico di non essere divenuto uno scrittore, come aveva desiderato in gioventù.

Poi, inaspettatamente, una svolta.

Arrivò una lettera, una richiesta di fondi per il suo vecchio liceo. Rimase basito: come avevano fatto a trovarlo? In allegato un libretto con una lista di vecchi studenti caduti durante la seconda guerra mondiale. Non ebbe subito il coraggio di guardare. Evitò la “H” con cura. Ma poi un’occhiata gli svelò la fine del suo vecchio amico: “VON HOHENFELS, Konradin, implicato nel complotto per uccidere Hitler. Giustiziato.”

Ed ecco i due inseparabili amici, seppur in un finale triste, ricongiunti.

Un romanzo che colpisce nel profondo, che fa capire la devastazione, la sofferenza, l’abominio, la paura, il senso di insicurezza e di inferiorità. La morte. Una morte crudele, inutile. E si vorrebbe riparare. Ma non si può, se non ricordando ogni giorno che tante persone sono perite per le strane tesi di un crudele manovratore, in modo da non cadere mai nell’inganno di parole che sembrano dense ma sono vuote. 

Fred Uhlman è morto a Londra, ottantaquattrenne. Scrisse anche un’autobiografia, Storia di un uomo, ma sapeva che L’amico ritrovato sarebbe stato il suo libro: “Si può sopravvivere con un solo libro”, ha dichiarato, poco prima di morire.

Scheda del libro

Titolo: L’amico ritrovato

Autore: Fred Uhlman

Editore: Feltrinelli

Anno: 1988

Pagine: 96

Federica Cabras

Ventiseienne, grande sognatrice. Legge per 12 ore al giorno e scrive per le restanti 12. Appassionata di cani, di crimine, di arte e di libri. Dipendente dalle paste alla crema. Professione, giornalista.