Captive State, la rivolta degli anti-eroi | RECENSIONE

“Che succederebbe se i vostri diritti fossero letteralmente spazzati via da invasori dotati di una forza immensi?” s’interroga il produttore David Crockett per descrivere al meglio il film di fantascienza “Captive State”, in uscita giovedì 28 Marzo.

Ed è proprio dalla violazione massima delle libertà civili che si sviluppa l’intera vicenda che vede coinvolti i due fratelli Gabriel (Ashton Sanders) e Rafe (Jonathan Majors), alle prese con un tentativo di ribellione verso gli invasori alieni nel piccolo quartiere etnico di Pilsen, a sudovest di Chicago, nove anni dopo l’invasione, nel 2025.

Ma chi sono queste forze così potenti che son riuscite a prendere il controllo del pianeta nel 2016 in “Captive State”?

Quegli alieni che caratterizzano il panorama cinematografico, con una presenza più defilata, ma impattante. Infatti essi si nascondono sottoterra, nella cosiddetta “zona chiusa” al centro della città di Chicago, ma quando si rivelano, attraverso i due ranghi principali, i Legislatori e i Cacciatori, riescono a spaventare il pubblico, esasperando totalmente la visione del controllo orwelliano di 1984.

“Mi sono lasciato ispirare dall’opera di Jean-Pierre Melville (“L’armata degli Eroi del 1969) e Gillo Pontecorvo “(La Battaglia di Algeri del 1967”), ha ammesso però il regista Rupert Wyatt – famoso per la celebre “L’alba del pianeta delle scimmie” -, e la dimostrazione pratica si vede proprio dal ruolo congeniale assunto dalle forze della Resistenza, similmente a quella francese nella Seconda Guerra Mondiale o degli algerini contro i francesi.

Qui infatti, in un mondo meramente utopico ma “non dissimile al nostro”, come ammette il producer, si racconta dettagliatamente la contro-propaganda dei ribelli, a colpi di messaggi criptati in stile retrò – data l’inutilizzabilità degli apparecchi digitali ed elettronici – e i murales nella città che s’infrangerà anche contro le forze della polizia locali, assoggettate al potere e capinatate da un fantastico John Goodman (Kong: Skull Island).

Dai tratti grigi, così come l’ambientazione, il poliziotto è sorprendentemente il vero protagonista di questo racconto ante-litteram, diviso fra affetto paterno verso i due ragazzi, essendo stato amico del loro padre, e rispetto del nuovo ordine, senza mai far trapelare il suo stato emotivo.

E’ in pratica l’icona dell’anti-eroe per eccellenza, se si vien spinti dal punto di vista “umanoide”, ma non è l’unico: la stessa cellula rivoluzionaria trapela nel corso del film questa dimensione, scontrandosi contro una forza immensa e presumibilmente invincibile.



Cosa dovrebbe quindi spingere il pubblico a vedere “Captive State”?

La forza dell’attualità sotto mentite spoglie aliene, la bilancia storica fra regimi autoritari del passato e quelli possibili in un futuro prossimo, l’esasperazione dello sfruttamento delle risorse umane e delle condizioni climatiche, assimilate nel film con uno scenario perennemente buio e infine la forza di un cast esperto e sorprendente. Insomma ci son chiavi di lettura più profonde di una semplice pellicola fantascientifica, da renderla quasi una perla per cinefili di settore.




Luca Fortunato

Nato con la 'penna' all'ombra del Colosseo, sono giornalista pubblicista nell'OdG del Lazio. Accanto alle cronache del mio Municipio con il magazine La Quarta, alterno le mie passioni per la musica e il calcio, scrivendo per alcune testate online (M Social Magazine e SuperNews), senza dimenticare il mio habitat universitario. Lì ho conseguito una laurea triennale in Comunicazione a La Sapienza e scrivo per il mensile Universitario Roma. Frase preferita? "Scrivere è un ozio affaccendato" (Goethe).