VIOLA ARDONE: Il treno dei bambini e il ringhio dell’amore

    Succede che ti aggrappi ai libri per non perdere il respiro della vita. Ed essi ti prendono per mano e ti portano in giro nelle vie delle storie, che poi, a pensarci bene, alcune ci appartengono. Non nella pienezza del racconto, ma nelle piccole cose, nei dettagli. Allora, pensi anche che gli scrittori abbiano qualcosa di speciale, certo il talento per alcuni è scontato. È come se insieme all’inchiostro spargessero stelle filanti che si impigliano tra i bottoni delle emozioni. Tu sei lì. Pronto a lasciarti andare, ad accogliere bellezza. Si tratta di momenti che si ripetono, lettura dopo lettura. Ti ripeti, quindi, che sei fortunato. Perché hai loro, i libri e gli scrittori. Succede anche che quelle righe d’inchiostro non siano solo storie, racconti, fiato. All’occorrenza diventano anche cicatrici. Perché quelle parole rimarranno nella nostra mente. Le parole sono in mano al destino. Alcune spariscono per capriccio ed altre, invece, resistono senza paura o per troppa paura e sono quelle scelte, volute dagli scrittori. Ebbene, nel romanzo Il treno dei bambini di Viola Ardone si cammina con i piedi di un bambino di sette anni, Amerigo, che è cresciuto senza padre, affrontando situazioni difficili per trovare la giusta direzione.

    Io scarpe mie non ne ho mai avute, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male. Mia mamma dice che cammino sempre storto. Non è colpa mia. Sono le scarpe degli altri. Hanno la forma dei piedi che le hanno usate prima di me. Hanno pigliato le abitudini loro, hanno fatto altre strade, altri giochi. E quando arrivano a me, che ne sanno di come cammino io e di dove voglio andare?

    Siamo a Napoli, nei quartieri bassi. È il 1946. La guerra è finita e resta la povertà che accomuna tutti, chi più chi meno. E tutti, adulti e bambini compresi si ingegnano a lavorare come possono. Si va anche a scuola, ma per molti la ritirata è d’obbligo. Non perché non abbiano testa per studiare, ma perché non ci sono i soldi per mandarceli. E quindi per strada alcuni perdono anche la speranza, il sogno. Eppure c’è una possibilità per cambiare le cose: il treno che porta migliaia di bambini del Sud a stare alcuni mesi a casa delle famiglie del Nord. Si tratta di un’iniziativa del Partito comunista che vuol cambiare in meglio le cose del Paese. Nei quartieri bassi di Napoli, dove è sempre giorno anche di notte, sono in tanti a pensare che quel treno, in realtà,porti i piccoli in Russia e che lì avranno mani e piedi tagliati. Ma non è così. Le mamme, quelle coraggiose, forti, che sanno parlare solo con il silenzio e le “scoppole”, con la dignità e la testa alta, fanno salire i propri figli su quel treno. Perché a volte ti ama di più chi ti lascia andare che chi ti trattiene.

    Con il romanzo Il treno dei bambini sentirete addosso tutto ciò che provano Amerigo, sua mamma Antonietta, la compagna Maddalena e tanti altri come loro. E vorreste essere lì per tendergli una mano, per offrire un consiglio o regalare un sorriso. Per abbracciarli. Non è facile assorbire i sentimenti che li imprigionano. Te li porti appresso per giorni, anche dinotte nei pensieri calmi e in quelli infestati di ricordi. È brava la scrittrice, Viola Ardone. La sua penna è fluida e la narrazione è chiara, pulita, disarmante e travolgente.Ti consegna una storia potente, forte, delicata, fatta di miseria, di riscatto, di dignità, di solidarietà, di amicizia, di paura, di amore.

    “Sono stato aiutato, è vero, ma ho provato anche tanta vergogna. L’accoglienza, la solidarietà, come dici tu, ha anche un sapore amaro, per entrambi le parti, per quelli che la dànno e per quelli che la ricevono. Per questo è così difficile.

    I bambini del treno pagano un prezzo molto alto con la partenza. È vero, vanno a scuola, hanno da mangiare, hanno scarpe e vestititi nuovi. Hanno anche un nuovo affetto, fatto di carezze, di attenzioni. Però i rapporti con le famiglie naturali, una volta a Napoli, prendono una piega diversa. Perché diverso è ciò che hanno vissuto al Nord. A Napoli, invece, si è sempre nella miseria. E alcuni fanno i conti con la realtà accentandola e andando avanti. Amerigo, invece, scappa di notte per rivivere e riavere quello che ha lasciato al settentrione. Si tiene tutto dentro, ma il pensiero della mamma è sempre vivo.

“Tutti gli anni che abbiamo passato distanti sono stati una lunga lettera d’amore.”    

 

 

Lucia Accoto

Giornalista pubblicista, autrice e conduttrice di programmi TV. Ho la passione per la cronaca nera, per i libri e la moda, senza trascurare lo stile nelle sue sfaccettature. I libri mi accolgono sempre come una signora, posandomi sulle spalle uno scialle di titoli ed emozioni.