“Il sogno cattivo” di Francesca d’Aloja | RECENSIONE

La bellezza stordisce. Non è chiara a tutti, né tantomeno ovvia. È soggettiva anche quando è universale. Riconoscerla per alcuni può comportare addirittura uno sforzo. Chi non è abituato alla bellezza si sente a disagio, tende ad allontanarla, perché si può provare dolore per la bellezza. Quando hai immagazzinato il male, che fai e che ti fai, riconosci solo il parametro della sofferenza che ti infliggi deliberatamente senza sapere come uscire da situazioni, drammi, traumi, che non hai la capacità di gestire. Le parole diventano poche, solitarie e isolate, in una sfera dove non si sa che cosa farsene quando si tiene tutto dentro, anche gli scatti d’ira attenuano il dolore e cercano di fermare la sofferenza. Non si allarga lo sguardo al di là del male che ci ha colpito, siamo un tutt’uno con esso, paralizzati dalla sua stretta. Si dovrebbe porre un limite al dolore, fissare un confine per non esserne travolti. La bellezza di sentimenti può essere la svolta di chi si ostina a prendere un’unica strada. Non va bene la vita senza scelte, non è piena, costruttiva. Arriva sempre il momento in cui si devono abbassare le difese, restare inchiodati a qualcosa di cattivo che ci risucchia fisico ed energie è sbagliato. Ossigenare i polmoni, la mente, di freschezza, di bellezza, di sentimenti buoni, è necessario per guardare meglio la vita e affrontarla nella sua quotidianità con uno spirito più leggere e consapevole.

In Il sogno cattivo di Francesca d’Aloja finisci nel male dei protagonisti, ne fanno tantissimo agli altri e in pari misura ne fanno a se stessi. La vita di Penelope è segnata da alcuni traumi, difficili da superare. Resta sola, si chiude nel silenzio e si fa di droga. Ha un’amica che non vede da moltissimi anni, erano come sorelle. Poi, tra loro si spezza qualcosa e nessuna delle due sa nulla dell’altra sino a quando Penelope non decide di cercarla. Ha una pista, il carcere di Rebibbia. Lì è rinchiuso un terrorista, Riccardo Serventi. Tutti sono stati fagocitati dal male fatto, non sono più abituati alla bellezza. A loro non è permesso respirarla, lo sanno. Impareranno, però, a starci accanto e questo è sufficiente per andare avanti, per scoprire quello che non è mai stato detto o fatto.

Il romanzo ti lascia senza forze, le pagine te le risucchia tutte. Avverti ogni singolo stato d’animo e ti senti stordito dai silenzi e dalle urla sorde d’aiuto. La narrazione è fluida, potente. L’introspettività apre nuove porte, abbatte muri, e spiana la strada alle parole. Lo stile è pulito, efficace. Il romanzo brucerà un po’ le idee del lettore, ma sarà necessario averlo con sé.

Lucia Accoto

Giornalista pubblicista, autrice e conduttrice di programmi TV. Ho la passione per la cronaca nera, per i libri e la moda, senza trascurare lo stile nelle sue sfaccettature. I libri mi accolgono sempre come una signora, posandomi sulle spalle uno scialle di titoli ed emozioni.

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